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Pd, se la carriera personale non può attendere
Giorgio Merlo su Europa del 11/7/2013
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Nella discussione interna al partito in vista del congresso questo anelito non si riesce neppure più a dissimulare. Ci sarà ancora il tempo per riprendere la strada della politica?
È inutile aggirare il problema. Attorno ad una regola e alla sua interpretazione si può giocare buona parte del futuro politico del Partito democratico. Dico subito che non appartengo a quella corrente del Pd, purtroppo largamente maggioritaria, che fa discendere l’esistenza dello stesso partito dall’osservanza fideistica e dogmatica di alcune regole. A partire dalle primarie, che molti continuano a vedere e a interpretare come un dogma da venerare tutti i giorni, se non più volte al giorno. Insomma, una sorta di rito pagano da celebrare.
Del resto, sono autorevoli esponenti del Pd a spiegarci che senza le primarie, o meglio, senza la celebrazione delle primarie per tutto e per tutti, cesserebbero di esistere le stesse ragioni politiche dell’esistenza del Pd. Mah! Purtroppo così è. Ma sulla distinzione tra il ruolo del segretario nazionale del partito e il candidato a premier del Pd adesso ci vuole una parola chiara. Fuorché pensiamo che lo statuto, il regolamento, i codicilli burocratici debbono sempre avere il sopravvento rispetto alla politica e a ciò che realmente avviene nel dibattito politico.
Tutti sappiamo che l’attuale presidente del consiglio è anche il vice segretario del partito. E tutti sappiamo che se l’azione del governo prosegue con successo e determinazione, è estremamente difficile archiviare l’azione e il ruolo di governo dell’attuale premier. Lo dicono le circostanze storiche e politiche e non gli osservanti dogmatici dello statuto. Che poi, detto tra di noi, abbiamo già visto che si può modificare lo stesso statuto a prescindere anche dalle circostanze politiche come è puntualmente avvenuto per le scorse primarie tra Bersani e Renzi. Ma che senso avrebbe, come hanno già evidenziato in molti, reintrodurre oggi l’automatismo tra segretario nazionale e candidato a premier?
Ci può essere, come ovvio, una naturale coincidenza ma dipende anche, e soprattutto, dalle circostanze storiche e politiche del momento.
Ora, per uscire dall’ipocrisia che circonda sempre questa discussione, forse è bene introdurre un elemento che non è affatto secondario in questa riflessione. E cioè, al di là delle chiacchiere sulla politica come “servizio” e come interesse verso la “comunità”, le carriere personali dei singoli esponenti del Pd possono attendere oppure ci sono delle regole da cui non si può derogare? Perché, alla fine della riflessione, questo è il vero pomo della discordia.
Se, tradotto in concreto, il sindaco di Firenze “deve” fare il segretario nazionale del partito perché poi “deve” fare il premier e questo perché “deve” decidere il tutto entro pochi mesi essendo alla fine del suo primo mandato come sindaco, allora il problema esiste e va affrontato seriamente. Se, invece, la carriera personale può attendere – pardon il “servizio al proprio paese” – allora la riflessione è decisamente un’altra. Ma questa, e mi scuso per la brutalità del ragionamento del resto noto a tutti, è la vera questione al centro della discussione. Pertanto, non dobbiamo lamentarci se poi tutti gli organi di informazione, pubblici o privati che siano non fa alcuna differenza, quando parlano del Pd si soffermano esclusivamente sui posizionamenti tattici, sugli incroci di potere, sulla “fretta” di bruciare le tappe della carriera personale e sull’interpretazione delle regole funzionali agli obiettivi di carriera dei singoli.
È un aspetto talmente evidente nel dibattito interno al Pd che è francamente difficile non tenerne conto. Persino in un altro grande partito plurale e molto articolato del passato, la Dc – pur senza fare confronti impropri e del tutto fuori luogo – accanto all’inesorabile vocazione al potere dei singoli capataz, c’era comunque la volontà di anteporre la politica e la prospettiva del partito al raggiungimento del potere e al soddisfacimento delle carriere personali di alcuni protagonisti. Nella discussione interna al Pd di oggi, questo anelito al raggiungimento della carriera personale nel più breve tempo possibile non si riesce neanche più a nascondere o a dissimulare.
Ecco perché, dall’ultimo circolo alla dirigenza nazionale, ormai questo elemento è diventato patrimonio di tutti e si vive il dibattito congressuale solo ed esclusivamente come un giudizio da esprimere sul raggiungimento degli obiettivi personali di alcuni capicorrente.
La domanda di fondo, adesso, è molto semplice e al contempo molto complessa. E cioè, ci sarà ancora il tempo per invertire la rotta e riprendere la strada della politica, del progetto politico e della prospettiva politica per il più grande partito popolare e riformista del nostro paese nel tempo che ci separa dal congresso?
La domanda non è né retorica né peregrina. Dalla risposta che avremo, potremo giudicare la qualità e l’efficacia del prossimo congresso nazionale del Pd. Ma senza furbizie e senza ipocrisia.





