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No Tav, una prova di verità per i sindaci
Gianfranco Morgando su Europa del 27/7/2013
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Oggi i comitati No Tav torneranno a far sventolare le loro bandiere nei pressi del cantiere di Chiomonte. È a tutti evidente che non siamo di fronte a una semplice manifestazione di protesta, poiché l’iniziativa assume un significato che va ben oltre la contrarietà alla Torino-Lione. Essa, infatti, viene promossa dopo mesi durante i quali in Valle di Susa abbiamo assistito al verificarsi di fatti gravi e preoccupanti che segnano un preciso cambio di strategia da parte dei gruppi più violenti. Una strategia annunciata pubblicamente dai vari “portavoce” di un movimento No Tav di cui oggi non è più possibile comprendere confini numerici e geografici, articolazione interna, né quale sia il vero rapporto con la popolazione valsusina: atti di sabotaggio e continue azioni di guerriglia finalizzate a tenere alta la tensione e a logorare chi lavora nel cantiere e chi lo difende.
Ora, vorrei che qualcuno mi portasse qualche altro esempio, nella storia recente italiana ed europea, di un cantiere preso d’assalto per anni. L’eccezionalità di quanto avviene in Valle di Susa non mi pare sufficientemente avvertita dall’opinione pubblica. Né da quell’intellettualità che, in particolare a Torino, ha fatto della difesa della libertà e della legalità la ragione principale del proprio pensiero e del proprio impegno.
Molotov e bombe carta lanciate contro le forze dell’ordine, azioni pianificate di guerriglia (come definite dai pm), minacce, insulti e agguati ai lavoratori, intimidazioni nei confronti di amministratori e imprenditori, danni e incendi a mezzi di trasporto e macchinari di lavoro. Fino ad arrivare alle minacce di morte a un senatore della Repubblica. L’opposizione alla Tav da tempo si è trasformata in un qualcosa di radicalmente diverso, un qualcosa che assomiglia sempre più alla lotta contro lo Stato e le sue istituzioni già conosciuta in altri momenti storici. E che deve essere contrastata con fermezza e determinazione se non vogliamo che venga messa a rischio l’incolumità delle persone.
Come già scritto in altre occasioni, la lotta “popolare” inizialmente caratterizzata da un autentico coinvolgimento della popolazione di una parte della Valle è stata consegnata nelle mani dei comitati più fanatici e dei gruppi anarchici ed antagonisti, che hanno finito per prevalere e assumere l’effettiva guida del movimento stesso. Così i boschi di Chiomonte hanno attirato i professionisti della protesta da tutta Italia e non solo, come dimostra il pedigree di molti degli arrestati o indagati.
Nel frattempo, gli oppositori alla Tav non sono mai stati in grado di risolvere le loro numerose ambiguità e contraddizioni. Perché le frange estremiste non sono mai state isolate e allontanate? Perché nelle conferenze stampa Perino e alcuni amministratori intervengono a fianco di esponenti dei centri sociali e a persone pluridenunciate per atti violenti? Perché non si è mai presa la distanza da quanto viene pubblicato dai vari portali No Tav (in particolarenotav.info che fa riferimento al comitato di Bussoleno) e non si è mai chiarito chi esattamente rappresentano?
Perché si continua ad insistere su una posizione di contrarietà assoluta all’opera, senza confrontarsi con quello che sarà il progetto definitivo della ferrovia e con le opportunità che questa offrirà? Perché la crociata contro il cantiere di Chiomonte e la Tav è accompagnata dall’assoluto silenzio su un’altra grande infrastruttura che attraversa lo stesso territorio, buca la stessa montagna, produce un identico materiale di risulta, ovvero il raddoppio del tunnel del Frejus?
Per tutte queste ragioni sarà importante vedere le decisioni che gli amministratori locali assumeranno in vista del corteo di domani. Se aderiranno o, comunque, parteciperanno alla manifestazione. Farlo vorrebbe dire una sola cosa: condivisione della piattaforma di lotta di quei gruppi che con fatti e parole hanno alimentato in Valle di Susa quel clima di intolleranza che ha finito per favorire il compimento di atti violenti. Farlo vorrebbe dire dismettere la responsabilità che deve contraddistinguere chi viene eletto dai cittadini ad un incarico pubblico, ovvero essere rappresentante delle istituzioni. E le istituzioni, a Chiomonte, stanno nel cantiere, con le forze dell’ordine e gli operai, non nei boschi adiacenti.
Nei prossimi anni in Valle di Susa arriveranno investimenti imponenti: un piccolo territorio ospiterà tre importanti infrastrutture (Torino-Lione, raddoppio Frejus, cavidotto italo-francese) con tutte le significative ricadute in termini di possibile sviluppo economico. Gli amministratori valsusini devono impegnarsi affinché queste irripetibili occasioni non vengano vanificate. L’alternativa, è chiaro, non è una valle incantata e paradisiaca, felice di decrescere, ma la desertificazione economica e sociale. Quando gli antagonisti lasceranno la Valsusa per portare altrove il loro rancore antisistema, cosa rimarrà in mano ai Valsusini?





