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La Rai non si svende, come vorrebbero Grillo & Co.
Giorgio Merlo su Europa del 13/8/2013
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Tra i temi che pare siano scomparsi dall’agenda politica e del governo c’è anche quello della riforma della Rai. Ora, è vero che attorno al tema del futuro Rai, della prospettiva del servizio pubblico radiotelevisivo e della riforma complessiva del settore se ne parla da anni. Cioè dall’ultima riforma Gasparri che, come sappiamo, ha contribuito a peggiorare la situazione. Ma anche un governo di emergenza, o “di servizio” che esso sia, ha il dovere politico di affrontare un tema che, al di là del più spinoso conflitto di interesse, resta sul tappeto e non può essere rinviato alle calende greche.
Innanzitutto il servizio pubblico non può e non dev’essere privatizzato, svenduto o selvaggiamente ridimensionato. E questo non solo perchè si conferma sempre più negli ascolti, malgrado una “qualità” a volte ancora troppo scadente. Il servizio pubblico, checché se ne dica, continua ad essere, almeno nel nostro paese, un baluardo di pluralismo, un luogo di autorevole e qualificato approfondimento intersettoriale e una vetrina di ciò che è il nostro paese.
Un servizio pubblico, quindi, non statico o passivo ma un network attraverso il quale viaggia l’Italia con le sue potenzialità e le sue contraddizioni. Insomma, il servizio pubblico, con i suoi canali, la sua specificità culturale e la sua mission continua ad essere un polo insostituibile nel panorama culturale, politico, informativo e di costume nel nostro paese. Chi punta, come Grillo o spezzoni di Pd e Pdl, a liquidarlo attraverso un suo progressivo e micidiale dimagrimento mira direttamente a indebolire lo stesso tessuto democratico del nostro paese. Al di là delle futili dichiarazioni che accompagnano quegli intenti.
In secondo luogo continua ad essere sterile la polemica sulla necessità di ridurre l’informazione, cioè i suoi Tg e Gr in virtù del fatto che la situazione è profondamente cambiata rispetto al passato. è curiosa questa considerazione perché viene fatta proprio da coloro che invocano e predicano ogni giorno maggior pluralismo e libertà di opinione e poi sono indirettamente alfieri del “pensiero unico” attraverso un Tg unico. Semmai, è vero il contrario. E cioè, serve maggior pluralismo, maggior libertà di opinione e maggiori spazi di approfondimento.
Del resto, non stupisce che chi ha una concezione padronale, proprietaria di un partito o di un movimento poi rinneghi, di fatto, un’informazione pluralistica e democratica. è sufficiente, al riguardo, una informazione “di regime” e al minor costo possibile. Una tesi politica semplicemente inaccettabile.
In terzo luogo la “qualità”. Lo diciamo da tempo. Ma è ovvio che un servizio pubblico radiotelevisivo è credibile nella misura in cui declina quotidianamente “qualità”. Solo su questo versante si giustifica ancora l’esistenza e la specificità di un servizio pubblico. L’auditel non dev’essere un ricatto quotidiano o una costrizione ma è indubbio che qualsiasi programma che sprigiona competenza, qualità e serietà fa ascolti e audience. La rincorsa del trash o l’istituzionalizzazione dell’effimero non sono elementi che competono ma, semmai, trascinano lo stesso servizio pubblico in una spirale di dequalificazione e di crisi di identità e di mission.
Ma per centrare questi obiettivi o meglio, per poterli valorizzare al massimo l’azienda dev’essere riformata. Non mancano i progetti di legge e le proposte dei vari partiti. A cominciare da quelli del Pd. A costo zero, com’ovvio. Ma l’inerzia del parlamento da un lato o la non volontà politica del governo dall’altro rischiano di offrire un assist straordinario proprio a tutti coloro che puntano deliberatamente a distruggere la Rai e a ridurla ad una azienda del tutto insignificante e marginale. Che resta il vero obiettivo di Grillo, Casaleggio e di quei settori di Pd e Pdl che da anni, o da mesi, vogliono la radicale privatizzazione dell’azienda di viale Mazzini e la sua naturale e conseguente caduta di credibilità, di consensi e anche di qualità.
Non può esser questo l’obiettivo di chi vuol mantenere e rafforzare la Rai come azienda di servizio pubblico che tutela e salvaguarda il pluralismo e la libertà e l’imparzialità dell’informazione nel nostro paese. Su questo il Pd non può e non deve più tergiversare.





