il segretario Rassegna stampa democratica
Non avvitiamoci sulle regole pensiamo a un’idea di Paese L’intervento
Gianfranco Morgando (Segretario Pd Piemonte) su l’Unità del 3/08/2013
lIl Congresso del Pd dovrebbe essere l’occasione per dire finalmente cosa pensiamo dei problemi dell’Italia, per avviare la discussione sul nostro progetto di società e di Paese. Ci stiamo invece avvitando in una infinita discussione metodologica, tutta incentrata sulle regole e sulle schermaglie interne, che francamente sta appassionando soltanto i fans più determinati ed intransigenti e facendo arrabbiare iscritti e militanti. È in corso uno scontro di potere che ha come posta in gioco tutto il bottino, il partito e il governo, il centro e la periferia, oserei dire il presente e il futuro. Un esponente non di secondo piano del renzismo subalpino sintetizzava in modo plastico lo scenario della scontata vittoria: «non faremo prigionieri». Confesso di avere nostalgia per i partiti di una volta, in cui lo scontro politico anche durissimo si accompagnava sempre alla salvaguardia degli spazi di dialogo e alla costruzione delle condizioni per il lavoro comune. Nessuno naturalmente è ingenuo. È evidente che la discussione sulle regole è importante. Come ha scritto Ilvo Diamanti, «le procedure congressuali attraverso cui vengono scelti i dirigenti e il leader contribuiscono a definire l’identità stessa del partito». E oggi nel Pd si contrappongono del tutto legittimamente due concezioni, che un po’ all’ingrosso potremmo definire così: da una parte l’idea di un partito con una forte dimensione associativa, con un ruolo importante degli iscritti e della struttura organizzativa, con una sua autonomia rispetto ai ruoli istituzionali e di governo; dall’altra l’idea di un partito che si identifica nella leadership, fa coincidere la guida politica con quella del governo, affida il suo rapporto con la società non alla struttura organizzativa ma ad una rete di relazioni individuali e sociali. Mi sento più vicino al primo modello, ma naturalmente ne vedo i limiti, e riconosco le insufficienze del lavoro fatto in questi anni da chi su quel modello aveva scommesso. Pongo una questione: si tratta di due impostazioni radicalmente inconciliabili, o è possibile tentare una sintesi? Ha senso una contrapposizione così netta, uno scontro radicale, o ci si può reciprocamente riconoscere la buona fede e provare a costruire dei punti di equilibrio e di compromesso? Credo sia possibile, a condizione che la discussione sulle regole non sia piegata ad escludere gli avversari dalla competizione o a demonizzare le opinioni diverse dalle proprie. A questo deve servire il dibattito congressuale, e prima ancora la discussione sulla modifica delle regole statutarie che lo disciplinano. Anzitutto mi pare di buon senso l’idea di partire dai territori. È sui territori che si costruisce concretamente la dimensione associativa del partito, ed alla forza dei territori è affidata la realizzazione di quel «partito federale» che è stato fin qui negato dalla centralizzazione romana. La capacità del partito di essere strumento di lettura della domanda politica dei cittadini trova ancora nei territori il luogo privilegiato della sperimentazione e della realizzazione. Centralità dei territori dunque, con i congressi provinciali e regionali temporalmente separati dal congresso nazionale e affidati alla discussione ed alla scelta degli iscritti, per evitare le «filiere» e le scelte motivate soltanto dall’appartenenza. C’è, ovviamente, un problema di rappresentatività degli iscritti al Pd. Ma in attesa di trovare strumenti idonei per affrontarlo (modalità del tesseramento, albo degli aderenti, ecc.) l’utilizzo degli iscritti attuali mi sembra la soluzione di gran lunga preferibile. Naturalmente la separazione temporale non può essere una separazione nella discussione. Non c’è una fase in cui si discute soltanto dei problemi locali, e poi una fase successiva in cui si affrontano le grandi questioni del profilo politico e culturale del partito. Per questo non ha senso che la presentazione delle candidature alla segreteria nazionale venga posticipata al termine della fase dei congressi locali. Le piattaforme politiche devono essere conosciute fin dall’avvio del congresso, e costituiranno naturalmente lo sfondo su cui i gruppi dirigenti locali eserciteranno la loro autonoma iniziativa e responsabilità. La fase congressuale nazionale assume un suo rilievo autonomo, perché è lì che si risponde al problema del ruolo della leadership nella vita del partito. C’è una ragione politica e culturale che suggerisce di affidare la scelta del segretario nazionale ad una platea vasta, costituita non solo dagli iscritti, ma anche da tutti coloro che si riconoscono nella visione del Partito democratico. Le primarie aperte non sono una presa d’atto che «non si può fare diversamente», o l’astratto tributo ad una presunta caratteristica fondante del Pd, ma il modo con cui intercettare il cambiamento profondo delle modalità di partecipazione politica nella società contemporanea. Rimane aperto il problema della coincidenza tra l’elezione del segretario del partito e la candidatura a premier nelle elezioni politiche. Non è un’alternativa di poco conto, perché forse qui sta il nucleo centrale della diversa concezione del partito, della sua autonomia, della sua esistenza come corpo intermedio politico che contribuisce ad innervare la democrazia rappresentativa e ne evita gli scivolamenti plebiscitari. Su questo deve discutere il congresso, e la questione non riguarda le regole per la sua celebrazione. Il compromesso sulle regole è semplice, perché probabilmente basta rendere permanente la norma transitoria a suo tempo approvata per consentire le primarie di novembre. Ma il compromesso regolamentare apre semplicemente una discussione che è davvero centrale per decidere del profilo politico e culturale del Pd.





