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Tre ragioni per riformare e rilanciare la Rai

Giorgio Merlo su L’Unità del 14/8/2013

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Ci sono alcune costanti che caratterizzano, da tempo, il cammino tortuoso ma sempre più indispensabile, del servizio pubblico radiotelevisivo. Tra chi punta a privatizzare, del tutto o in parte, la Rai e chi, invece e al contrario, mira a salvaguardare, rafforzare e riformare il servizio pubblico. Dico subito che mi schiero con la seconda corrente che ho descritto perché gli alfieri della privatizzazione, cioè della liquidazione della Rai, non mi convincono affatto. Una tesi, quella della privatizzazione e poi della liquidazione, che vede non solo Grillo e Casaleggio tra i suoi principali alfieri, ma anche e soprattutto spezzono di Pd e Pdl uniti come un sol uomo nella crociata contro il servizio pubblico per modernizzare, dicono loro, l’intera Rai e farla dimagrire sino a svuotarla di ogni significato.

Ora, è bene ricordare alcuni elementi che contribuiscono a mantenere bel saldo il servizio pubblico nel nostro Paese senza incamminarsi in un percorso denso di incognite e di trappole. Innanzitutto l’attuale governo, anche se di «servizio», non può non porre nella sua agenda il capitolo della riforma della cosiddetta «governance» dell’azienda. Non mancano, al riguardo, le proposte di legge. A cominciare da quella del Partito democratico che, a costo zero, possono e devono velocizzare il funzionamento dell’azienda senza mettere in discussione la centralità del servizio pubblico radiotelevisivo. È sufficiente la sola volontà politica del Parlamento e delle forze politiche che non hanno come obiettivo la sostanziale delegittimazione del servizio pubblico e di quello che storicamente rappresenta nel nostro paese. E, accanto alla riforma del governo della Rai, anche per liberarla definitivamente dal cosiddetto condizionamento politico, non possiamo non ricordare che oggi in Italia la salvaguardia del pluralismo e la rappresentazione di ciò che capita nel Paese nelle sue varie sfaccettature passa ancora una volta dai canali del servizio pubblico. Certo, la «qualità» è a volte scadente e non sufficientemente declinata nella programmazione dei vari palinsesti, ma è indubbio che senza un autorevole e qualificato servizio pubblico si corre il serio rischio di piegare l’intera informazione ai desideri di alcuni magnati del tutto estranei ed esterni a qualsiasi interesse per la qualità dell’informazione, dell’intrattenimento e di tutto ciò che è riconducibile ad un degno servizio pubblico radiotelevisivo. Abbiamo troppi esempi, al riguardo, – al di là, com’è ovvio, del conflitto di interessi che ci accompagna da ormai troppi anni – che confermano come una assenza di un servizio pubblico da un lato e una selvaggia deregolamentazione dall’altro non farebbero che indebolire ulteriormente il panorama dell’informazione. In terzo luogo gli ascolti. Tutti sappiamo che l’auditel non è sinonimo di qualità e non basta accontentarsi del momentaneo gradimento del pubblico per certificare l’inamovibilità della Rai. Ma è indubbio che oggi la Rai continua a rappresentare nel nostro Paese un solido punto per intere generazioni. È curioso, per fare un solo esempio, che alcuni programmi estivi che ricordano i fasti della Rai del passato siano fortemente gettonati dagli over 50 e dagli under 25. Un esempio che la dice molto più lunga rispetto a molte analisi sociologiche o culturali sul gusto del pubblico italiano rispetto a ciò che concretamente offre il panorama televisivo. Ricordo questo piccolo particolare per arrivare ad una semplice conclusione: la Rai, e quindi l’intero servizio pubblico radiotelevisivo, appartengono non solo alla storia del nostro Paese ma alla identità del nostro popolo. Ecco perché la riforma della governance dell’azienda di viale Mazzini, il rilancio della «qualità» nella sua programmazione quotidiana nei vari palinsesti e la salvaguardia del pluralismo e della credibilità della sua informazione sono strettamente intrecciati l’un l’altro. E il legislatore, anche in questo momento, non può restare indifferente di fronte ad un tema che, piaccia o non piaccia, richiede ancora di essere riformato per poter essere rilanciato e valorizzato. Altroché la privatizzazione o il dimagrimento dell’azienda come predicano i capi del movimento 5 stelle e lo spezzone trasversale che accomuna settori di Pd, Pdl e forze di centro. Si tratta di fare una battaglia politica trasparente e alla luce del sole capace di rilanciare la Rai, riformare l’azienda, rafforzare il pluralismo e migliorare la qualità della programmazione. Il tutto si può fare se anche il Pd, anzi se soprattutto il Pd, farà la sua parte sino fondo. Senza titubanze e senza furbizie. Ma nella trasparenza e nella coerenza di un progetto politico che vede la Rai come una opportunità di sviluppo e una risorsa per il sistema Paese e non come un peso o un luogo da occupare.