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Congresso, chi vince non è il padrone. No a pulizie etniche

Giorgio Merlo su L’Unità del 2/9/2013

Diciamoci la verità. Sono due i grandi obiettivi da raggiungere che un po’ tutti si aspettano oggi dal Pd.. Seppur in una situazione difficile, caotica e confusa come quella che tutti siamo vivendo. Innanzitutto un partito che ritrovi sino in fondo la sua «ragione sociale» iniziale e, soprattutto, un partito «inclusivo». Cioè, che non cacci nessuno in nome di qualche parola d`ordine da consegnare a una presunta modernità.


Due obiettivi che si intrecciano tra loro e che sono profondamente legati perché senza un grande rilancio del suo progetto politico il Pd sarebbe inesorabilmente destinato a sbandare. Ma per raggiungere questo risultato non è pensabile che si proceda ad una sorta di «pulizia etnica» in virtù di una maldestra concezione del rinnovamento, del cambiamento e di chi più ne ha più ne metta.
Perché è inutile, e non sarebbe neanche corretto, aggirare l`ostacolo. Tutti sanno che una eventuale segreteria Renzi, sarebbe un indubbio valore aggiunto per il Pd, dopo l`attesa mediatica sapientemente costruita nel tempo. Ma una segreteria Renzi, molti lo pensano anche se non lo dicono, non può trasformarsi in uno «tsunami» che strapazza l`intero partito per ricevere l`applauso della piazza che, come ben sappiamo, è sempre condizionabile, vulnerbile e per nulla stabile.
Si tratta, in sintesi, di conservare un principio che ha caratterizzato sin dall`inizio il cammino, seppur tortuoso, del Partito democratico: e cioè, quello di essere un partito «inclusivo». Il Pd, come sappiamo, non è un partito personale o funzionale ad una gestione cesaristica in virtù di una adesione plebiscitaria al suo leader.
Un`impostazione, questa, che potrebbe avere un successo nell`immediato ma che, inesorabilmente, si scaraventerebbe contro il Pd come un boomerang perché le tensioni non potrebbero che esplodere.
È questa, credo, la vera sfida che adesso attende il Pd. Soprattutto in un contesto politico molto confuso. È a tutti noto, infatti, che le larghe intese non possono diventare l`orizzonte politico del Pd. Ed è altrettanto noto a tutti che il congresso del Pd deve, al contempo, rilanciare il progetto politico del partito ancorato saldamente al centrosinistra e spiegare le ragioni politiche di un governo retto in modo decisivo e determinante da Berlusconi e dal suo partito. Due elementi che non possono non essere affrontati dal Pd e che inesorabilmente richiedono un partito fortemente unito, che non punti a tagliare i ponti con persone «sgradite» al futuro segretario e a storie culturali ritenute «superflue» dal leader di turno.
Due atteggiamenti che vanno banditi alla radice e due impostazioni che non possono avere cittadinanza nel Pd, pena la trasformazione profonda del suo profilo e della sua identità. Del resto, tutti i segretari che si sono via via succeduti alla guida del Pd hanno sempre conservato come elemento discriminante il profilo inclusivo del Pd. Molte sono le aree culturali che hanno scommesso sin dall`inizio su questo progetto politico. Molte sono le persone che non hanno avuto dubbi nel sciogliere le precedenti organizzazioni politiche per far nascere un nuovo soggetto politico.
Ora si tratta di non disperdere quella specificità. Le stesse primarie, vissute da molti come un dogma infallibile e da altri, ridicolmente, come un elemento che giustifica la stessa esistenza del partito, non possono mutare il profilo del Pd trasformandolo in una sorta di movimento tardo berlusconiano, dove il rapporto plebiscitario tra il leader e il popolo è destinato a diventare la regola aurea. Un partito siffatto inesorabilmente sarebbe destinato a modificare in profondità la sua stessa mission, e non solo il suo impianto organizzativo o regolamentare.
Per questi motivi la natura inclusiva del Pd, e quindi di chi di volta in volta lo guida a livello nazionale, non può essere un dato accessorio o marginale. È quasi il postulato essenziale per garantire cittadinanza politica e culturale a tutti nel Pd e, dall`altro, per evitare quella santificazione del leader che non è congeniale per un partito dai tratti corposamente democratici e partecipativi.