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I paletti del “campo democratico” di Bettini

Giorgio Merlo su L’Unità del 29/9/2013

La proposta lanciata da Goffredo Bettini di un “campo democratico” è stimolante e positiva. Una proposta non di parte ma che richiama il cosiddetto “popolo democratico” ad assumersi le proprie responsabilità. Senza tifoserie preconcette e senza posizioni precostituite. Ed è proprio alla luce di questo metodo, laico e condivisibile, che si devono però piantare alcuni paletti essenziali e non derogabili.

Innanzitutto va ribadito ancora una volta che un grande partito popolare e di massa come il Pd non può esaurire la sua funzione e il suo ruolo nel puro ed astratto organizzativismo. Provo sempre orrore nei confronti di quei dirigenti del Pd che continuano a ripetere la tesi strampalata, bislacca e un po’ comica che il Pd “esiste in quanto ci sono e si fanno le primarie”. Una frase ridicola perché piega la politica alle regole, ai codicilli burocratici, allo Statuto e ai regolamenti. Non lamentiamoci se poi una Assemblea nazionale finisce nel grottesco e nel ridicolo come quella che si è svolta sabato scorso a Roma. Quando un partito si riduce stupidamente a parlare solo di regole interne e di furbizie organizzative è persin ovvio che il confronto politico si isterilisce e rischia di scomparire quasi del tutto. Va invertita la rotta definitivamente. Non con l’arrivo dell’uomo della provvidenza, del novello “guru” o dell’ennesimo leader telegenico e funzionale alla sola società dell’immagine. La politica, con le sue proposte e i suoi progetti, deve ritornare protagonista senza ulteriori indugi nei confronti di un nuovismo regolamentare anomalo, grottesco e fanatico.

In secondo luogo piantiamola con la lista dei futuri “epurabili” e della volontà di fare “piazza pulita”. L’ansia del rinnovamento e del cambiamento non passa attraverso l’epurazione. Come, al contempo, non è la eterna perpetuazione della classe dirigente la via maestra da seguire. Una comunità politica come si vanta di essere il Pd, non può adottare metodi e prassi che francamente ci fanno rimpiangere persin il vecchio centralismo democratico del Pci. Certo, il correntismo esasperato non è la ricetta giusta. Ma anche qui. L’ipocrisia dell’accusa di liquidare definitivamente il correntismo quando tutti, rigorosamente tutti, parlano legittimamente a nome e per conto della propria corrente, è un esercizio che prima o poi deve finire. Visto che non possiamo mutuare la vecchia scuola demitiana che a metà degli anni ’80 nella Dc predicò la liquidazione di tutte le correnti per conservarne solo una, cioè la sua, o si prende atto che il Pd è un partito “plurale” e quindi culturalmente articolato oppure si corre il serio rischio di predicare una esigenza – giusta – e di praticarne letteralmente un’altra. Delle due l’una. Il Pd non può convivere con un “uomo solo al comando”. Pertanto o riconosce sino in fondo la sua “pluralità” oppure è destinato a subire una mutazione genetica della sua identità e del suo profilo politico e culturale. Tertium non datur.

Infine lo spirito originario del Pd. La “vocazione maggioritaria” del Pd di veltroniana memoria continua ad essere un elemento non facilmente archiviabile nella seppur giovane storia del Pd. Se è vero che in Italia la politica è sempre stata la “politica delle alleanze”, è pur vero che la vocazione maggioritaria per il Pd ha sempre rappresentato l’ambizione più forte per rappresentare pezzi diffusi di società reale e, soprattutto, per sprigionare un progetto politico che non si limitasse a perpetuare i vecchi schemi ingessati e formalmente precostituiti del passato. Un progetto politico, del resto, non si basa sulle virtù salvifiche del leader di turno ma solo e soltanto sulla capacità dell’intero partito di essere un soggetto che ha una visione della società e, di conseguenza, una ricetta per il suo governo. E qui, soprattutto qui, la politica deve ritornare protagonista. E quindi tutto il partito.

Per questi motivi, accanto a molti altri com’è ovvio, il “campo democratico” rilanciato da Bettini va preso in seria considerazione, al di là e al di fuori delle stesse candidature alla segreteria nazionale.