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Il Pd non si chiuda a discutere di regole
Mimmo Lucà su L’Unità del 4/8/2013
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Per il Pd, il congresso è una grande opportunità: per rigenerare la sua identità, per ritrovare il senso della sua proposta politica, per rilanciare il dialogo con la società, per rinnovare ancora i gruppi dirigenti. Insomma l’occasione per riconnettere le sue idee e il suo progetto con la vita e le aspirazioni dei cittadini. Stanno qui le ragioni per cui occorre fare presto e chiudere il percorso congressuale entro l’anno, come, per altro, annunciato dal segretario. E stanno qui le ragioni per cui ci serve una discussione aperta e larga sulle idee, che parta dai circoli, capace di coinvolgere gli iscritti, gli elettori, i cittadini impegnati nei mondi vitali della società. Guai ad impantanarsi in una discussione condominiale sulle regole e dare l’impressione di una chiusura su noi stessi.
Il congresso serve per lanciare e discutere una proposta per l’Italia, oltre che per eleggere il nuovo segretario. Alle primarie partecipa il popolo dei democratici, perché il partito è un patrimonio che non appartiene solo agli iscritti o agli aderenti. Le regole si decidono insieme. Un’intesa si troverà, sono sicuro, ma occorre affrettarsi per mettere, da subito, la grande comunità dei democratici nella condizione di discutere dell’Italia e dell’Europa. Non c’è dubbio che le difficoltà attuali del Pd nascono anche dal fatto che in questi anni è prevalsa la formula del partito proiettato sulla scalata delle istituzioni, piuttosto che sul servizio delle istituzioni e, quindi, sempre più ridotto a strumento elettorale. È vero che il partito, Costituzione alla mano, serve anche a questo, ma, nel testo dell’art. 49, esso è concepito come una libera associazione di cittadini «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» e, dunque, come uno strumento della sovranità popolare che si organizza come parte politica tra le altre; non un comitato elettorale, proprietà di notabili o di gruppi di pressione. Questa fedeltà all’art. 49 è tanto più rilevante in un tempo in cui i cittadini hanno perso fiducia nella politica e nei partiti. Per questo è urgente riformare il Pd, senza attendere una nuova legislazione in materia, che pure è auspicabile. Qui, vi è anche il segno di una sconfitta della mozione congressuale di Bersani (che anch’io ho sostenuto), uscita vincente nel 2009 proprio per la sfida lanciata sui temi del partito e che, invece, è rimasta lettera morta. La credibilità e la buona salute di un partito esprimono anche la qualità e l’efficacia della sua proposta politica. Il partito è una comunità, un luogo in cui si promuovono e si discutono le idee, si elaborano proposte politiche, si ascoltano le istanze dei cittadini, si accoglie e si valorizza la voglia di partecipare, si fanno crescere capacità, responsabilità, passione, al servizio del bene comune. Il nostro partito non è apparso sempre all’altezza di questo modello: litigiosità, carrierismo, correntismo, scarsa preparazione dei gruppi dirigenti hanno spesso caratterizzato la sua immagine, il suo profilo ordinario, allontanandolo dal rapporto con la vita quotidiana delle comunità. A febbraio abbiamo perso voti tra i giovani e gli operai: il segnale è stato forte e chiaro. L’astensione, il non voto alla sinistra, il voto dato a Grillo, non esprimono solo un disagio e una protesta, ma una vera e propria estraneità rispetto alle istituzioni democratiche, una crisi di fiducia anche verso il nostro partito. Così è potuto capitare che non abbiamo saputo intercettare non solo la domanda di cambiamento, ma neanche quella di giustizia e di solidarietà, che andavano emergendo sotto i colpi della crisi, nella crescente disperazione dei giovani senza lavoro e senza futuro, nella silenziosa dismissione del sistema produttivo, che lasciava a casa centinaia di migliaia di lavoratori adulti, nella progressiva diaspora dei cittadini dalla democrazia e dalle sue istituzioni. È mancata una cosa importante nella vita del Pd: la cura e l’investimento sui circoli e sulle realtà locali, la formazione continua, l’alimentazione etica dell’impegno politico. Diciamolo con franchezza: pochi hanno pensato al partito in questi anni. Esso aveva bisogno non solo di una guida per l’esterno ma anche per l’interno. Epifani dice che adesso abbiamo bisogno di un segretario che si occupi a tempo pieno del partito. È difficile pensare che un segretario così possa evitare di occuparsi anche della società italiana. Dunque le due cose devono stare insieme. Io penso che il tema più urgente per noi sia quello di capire cosa debba fare adesso il Pd, con quali idee dovrà ripresentarsi presto al cospetto degli elettori, e a quali domande intenda dare una risposta. Ha scritto bene Reichlin in un recente articolo su l’Unità: il nodo più importante resta quello della «rappresentanza», la qualità e il senso del rapporto del Pd con i processi sociali, la sua vocazione ad esprimere le forze vive della società e del cambiamento. Ecco, allora, il senso della sfida che sta di fronte al prossimo Congresso: ridare credibilità al Pd, capacità di rappresentanza, passione per le idee, voglia di stare vicino alla gente.





