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Dopo Lampedusa

Intervento di Pietro Marcenaro all’Assemblea Regionale del 5 ottobre 2013

All’origine della strage di Lampedusa, della strage che negli anni ha causato la morte nel Mediterraneo di quasi ventimila persone  c’è la violazione di un diritto. Quello alla protezione umanitaria che costituzione italiana e diritto internazionale solennemente affermano.

A questo diritto, come a ogni diritto, corrisponde  – dovrebbe corrispondere, sarebbe meglio dire – dall’altra parte, dalla parte degli stati, singolarmente o in associazione tra loro, un dovere.

E non riconoscere in capo a se stessi questo dovere significa rifiutare di riconoscere questo diritto, diventare responsabili della sua violazione e delle sue conseguenze.

Riconoscere questo diritto significa creare le condizioni perché esso possa esercitato senza che questo comporti per gli individui l’esposizione a un rischio che, come abbiamo drammaticamente constatato in questi anni e in questi giorni, arriva fino alla morte.

Ha ragione chi dice di evitare facili strumentalismi addossando alla Bossi/Fini la responsabilità dei morti di Lampedusa : la responsabilità è di chi  in questi anni, mentre quasi ventimila persone, ripeto, quasi ventimila, morivano  nel  Mediterraneo ha ignorato questo problema o ha pensato che potesse essere affrontato con più efficaci sistemi repressivi.

Una parte di responsabilità, io penso minore di altri, l’abbiamo anche noi.

La Bossi Fini , e le leggi che dopo la Bossi Fini hanno definito l’immigrazione irregolare come un reato penale, sono semplicemente  il frutto più avvelenato  di questa impostazione.

E  frutto della stessa impostazione, della stessa cultura, della stessa mentalità è il modo ignobile nel quale vengono trattati in Italia coloro ai quali la protezione umanitaria nelle sue varie forme è riconosciuta, le condizioni disumane nelle quali vengono abbandonati  i rifugiati da stati che non riconoscono come un dovere, come un obbligo non solo morale ma giuridico, quello dell’accoglienza dei profughi e per questo non prevedono le risorse morali e materiali necessarie a farvi fronte.

Diversi governi hanno ricercato e concluso intese con i paesi della riva sud del Mediterraneo per garantire il controllo delle frontiere, il contrasto ai traffici illegali e alla malavita che intorno a quei traffici è cresciuta. Allo stesso modo si è agito verso l’Europa perché la frontiera comune costituita dal Mediterraneo fosse presidiata e Frontex – l’agenzia incaricata di questa sorveglianza – rafforzata.

Il miglioramento del controllo, della sorveglianza, della vigilanza delle coste e in mare, per quanto utili a determinate condizioni, non affrontano la sostanza del problema.

La domanda alla quale rispondere è semplice :  come persone che hanno un diritto internazionalmente riconosciuto all’asilo o alla protezione umanitaria  possono esercitarlo senza rischiare la  propria vita e senza  essere costretti a scegliere vie illegali e a mettersi nelle mani dei trafficanti?

Perché mai, ripeto mai, in tutti questi anni di è tenuta una riunione del Governo italiano e della commissione Europea al cui ordine del giorno ci fosse come garantire agli individui che  avevano e  hanno, sulla base delle nostre leggi, il diritto alla protezione internazionale di poterlo esercitare in condizioni di legalità e di sicurezza?

Come non capire, dopo tante tragedia, che l’alternativa ai viaggi illegali non è il “non viaggio” ma il viaggio regolare?

La risposta non è difficile da vedere, anche se la sua messa in pratica esige un grande impegno politico, diplomatico, organizzativo.

La risposta è che  è necessario anticipare la possibilità della domanda di protezione  nei paesi di partenza  e consentire così  partenze e viaggi regolari e sicuri.. Di farlo usando gli stessi criteri di valutazione che sarebbero usati una volta arrivati in Italia o in altro paese europeo, gli stessi criteri che usano le Commissioni che qui esaminano le domande e stabiliscono chi ha questo diritto e chi no.

Anticipare nei punti di partenza, prima che le persone arrivino sulle spiagge,  la possibilità di richiedere la protezione umanitaria  non eliminerebbe  i traffici e i viaggi illegali  e le morti in mare ma potrebbero ridurle sensibilmente.

C’è qualcuno che è in grado oggi di proporre un’alternativa credibile a una politica di riduzione del danno?

Per costruire questa possibilità è necessario che oltre ai paesi di partenza ( in particolare Libia, Marocco, Tunisia, Egitto e Turchia)  siano coinvolte  l’Unione europea in quanto tale e l’UNHCR con l’obbiettivo di mettere a punto meccanismi e strutture di esame e valutazione delle domande di protezione.

Scegliere questa strada comporta il superamento di Dublino 2 (spiegare) e una gestione concordata tra i paesi europei dei flussi, da considerare come un fatto strutturale e non emergenziale.

E’ giusto, è sacrosanto chiedere una politica comune europea e una condivisione delle responsabilità e degli impegni: ma non è consentito nascondere dietro all’Europa i propri doveri. E bisogna sapere che, quale che sia il parametro di riferimento che si considera – la popolazione o la ricchezza – l’Italia ha accolto in questi anni una quantità di rifugiati di gran lunga inferiore a quasi tutti gli altri paesi europei.

Se vogliamo che alla commozione e al lutto nazionale faccia seguito una iniziativa coerente chiediamo che l’Italia prenda una iniziativa immediata, senza attendere il  suo semestre di presidenza europea , sia nei confronti delle Nazioni Unite e dell’UNHCR e dell’Unione europea che, attraverso rapporti bilaterali,  verso i paesi della riva sud del Mediterraneo (ai quali finora è stato solo chiesto di bloccare le partenze e non di contribuire a garantire un diritto)  per convocare in tempi rapidi, questa volta sì  emergenziali, una conferenza internazionale che getti le basi per una svolta politica su questo problema. E l’Italia  si candidi a organizzarla, magari proprio a Lampedusa come ha proposto qualche giorno fa la Comunità di Sant’Egidio.

Le soluzioni non sono facili ma che nessuno nonostante una tragedia che dura da anni si sia messo intorno ad un tavolo per cercare le possibili misure anche semplicemente per ridurre il  danno è la vera vergogna alla quale si potrebbe cominciare a rimediare.

Ho parlato fin qui dei richiedenti asilo e degli aventi diritto alla protezione  umanitaria. Ma questo è solo un aspetto del problema, solo una parte delle vittime.

L’altra parte sono quelli che vengono definiti migranti economici, coloro che rischiano la vita per cercare un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie.

Non affronto questo punto in questo breve intervento.

Dico solo che anche in questo caso l’unica alternativa all’immigrazione irregolare non è la “non immigrazione” ma la immigrazione regolare.

E se si vuole cominciare ad affrontare questo problema c’è una prima sorgente di irregolarità e di illegalità sulla quale intervenire : quella che impedisce l’ immigrazione regolare per ricerca di lavoro.

Bisogna affrontare questo problema, con gradualità, con le garanzie necessarie, all’inizio forse in modo sperimentale: ma se non ci sarà  la possibilità di arrivare legalmente in Italia e in Europa per cercare lavoro non ci saranno  al mondo quantità di filo spinato  sufficienti  ad impedire gli arrivi illegali . Chi non ci crede guardi a cosa succede alla frontiera tra Stati Uniti e Messico.

Quelli che le morti di Lampedusa ci obbligano a guardare senza girare la testa dall’altra parte sono problemi strutturali, difficili, di lungo periodo, con i quali dovremo convivere per molto,  molto tempo: Ma questa complessità non può essere un pretesto o un alibi per non fare subito quello che può essere fatto.

E se anche i risultati fossero inizialmente modesti, se si salvasse dalla morte in mare una sola persona, che diritto avremmo noi, che diritto avrebbe la politica, avrebbero le istituzioni di considerare questo come un obbiettivo modesto e di  far venir meno l’impegno necessario?

Io penso che dobbiamo ricordare e onorare così le donne, i bambini e gli uomini morti davanti a Lampedusa.