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Il futuro Pd sarà plurale o leaderista?

Giorgio Merlo su Europa del 23/11/2013

Conosciamo il risultato quasi definitivo – al netto di alcune zone dove il malcostume politico domina incontrastato – del voto degli iscritti del Pd. Renzi sopra il 45 per cento e Cuperlo attorno al 40 per cento. Molto staccati gli altri 2 candidati. Ma, al di là di questo risultato, seppur importante e indicativo di ciò che pensano gli iscritti e i militanti, è indubbio che il risultato dell’8 dicembre sarà decisivo per sapere quale sarà il futuro e la prospettiva stessa del Partito democratico.

Sulla possibile, e probabile, vittoria del sindaco di Firenze lo si dice da molto tempo. Restano da vedere però due cose: quanti saranno i partecipanti al voto e, soprattutto, quale sarà la percentuale dell’eventuale distacco di voti assoluti tra Renzi e Cuperlo. Due elementi non secondari ai fini di una attenta valutazione del risultato delle primarie.

Ora, al di là dei dati numerici, è indubbio che la questione cruciale riguarda il profilo politico del Pd e la sua gestione concreta e quotidiana. In alcune analisi giornalistiche comincia a serpeggiare la tesi che una vittoria “pesante” di Renzi possa innescare un meccanismo di possibile spaccatura del partito finalizzato ad una altrettanto possibile scissione. Non credo sia corretto parlare oggi di un rischio “scissione” del partito prima ancora che il futuro segretario inizi la sua attività di “comando” alla guida del partito stesso.

Saranno solo e soltanto le scelte concrete del futuro segretario a dirci se ci troviamo ancora di fronte ad un partito che privilegia i suoi aspetti originari e costitutivi – e cioè un partito plurale, inclusivo e democratico al suo interno – oppure se ci sarà una mutazione genetica del suo profilo e della sua identità. Ovvero, un partito personale, con una spiccata vocazione plebiscitaria e profondamente leaderista. Cioè legato unicamente e strettamente alle sorte e ai voleri del leader.

Per capirci, una sorta di “berlusconismo in salsa democratica”. Due modelli di partito che confliggono tra di loro e due modelli di partito che non possono ovviamente convivere.

Si tratta di verificare nel concreto che cosa capiterà. Se dovesse prevalere il secondo modello, del tutto legittimo com’è ovvio, la scissione di alcuni settori del partito più che annunciata sarebbe nei fatti. Se, come io auspico e spero, il Pd continuerà ad essere quello che è stato sin dai tempi di Veltroni, non c’è alcun motivo per annunciare polemiche, minacciare scissioni o prevedere abbandoni singoli o di gruppi.

Ma è altrettanto ovvio che sono semplicemente ridicoli e grotteschi tutti coloro che in questi giorni si prodigano a dire che l’unità politica del partito dopo le primarie è sacrosanta ed è un bene da salvaguardare. Ma l’unità “de che” come direbbero a Roma? L’unità in un partito è necessaria ed indispensabile quando c’è un reciproco riconoscimento nel partito e la “cittadinanza politica” è garantita e soprattutto praticata più che non predicata. Anche perché tutti sanno, per esperienza diretta soprattutto in Italia, che nei partiti personali a vocazione plebiscitaria, chi non si riconosce organicamente con il “capo”, o il “guru”, o il “proprietario” di turno del partito è gentilmente invitato a farsi da parte e a non disturbare l’azione di comando.

Ecco perché, almeno per quanto riguarda il Pd, queste primarie – e non certamente quelle del passato dove chi competeva alla segreteria nazionale non aveva l’obiettivo di “smantellare” radicalmente il partito in cui militava e di “rivoltarlo come un calzino” – sono destinate a lasciare una traccia profonda nel corpo del partito. Saranno solo le scelte concrete del futuro leader a farci capire, seriamente, se il Pd sarà ancora quello che abbiamo conosciuto sino ad oggi o se, al contrario, inizierà una nuova stagione. Dove, di conseguenza, si rimescolerebbero profondamente le carte e tutto, allora, sarebbe possibile.