Homepage Rassegna stampa democratica
L’antidoto non sono le carte bollate
Giorgio Merlo su la Repubblica del 4/11/2013
–
C’E’ una profonda differenza tra i congressi della ormai decadente Dc – e presumo, a maggior ragione, del Psi – torinese della fine anni ’80 e inizio anni ’90 e quelli del Pd di oggi. A quei tempi la retorica sul rinnovamento, sul cambiamento, sulla rottamazionee sulla cosiddetta svolta etica era meno pressanti, se non del tutto assenti nella riflessione. Per il resto, c’è una straordinaria somiglianza. Una somiglianza che si traduce in alcune costanti ricorrenti: circoli – allora sezioni – come votifici di massa; pacchi di tessere che spuntano come funghi; confronto politico sulle mozioni dei vari candidati alla segretaria circoscrittia pochi intimi; trasformismi vari e trionfo dei posizionamenti personali. Insomma, una prassi che si ripete nella sua continuità.
Ora, senza ridicoli moralismi e senza rifugiarsi nell’ipocrisia del nuovismo smontato clamorosamente dai fatti, credo che alcuni punti essenziali debbano essere sottolineati. Innanzitutto le regole nazionali sul tesseramento al Pd sono singolarie per certi versi grottesche. Dare la possibilità di iscriversi al partito sino all’ultimo secondo significa, di fatto, alimentare una confusione generale e incentivare il malcostume.
In secondo luogo, e con altrettanta chiarezza, il malcostume politico che emerge da questa vicenda congressuale del Pd non lo si combatte con le carte bollate, regolamenti e statuti. E’ una vecchia lezione che ho appreso sin da ragazzo dal mio unico maestro politico Carlo Donat-Cattin. E cioè, il malcostume politico presente ieri come oggi in egual misura nei partiti – lo si combatte e lo sconfigge con le armi della politica: trasparenza, coerenza, militanza e fedeltà a ciò che si dice e a ciò che si scrive. Perché se non si segue quella via, le svariate prediche sul cambiamento, sul rinnovamento, sul nuovismo si ritorcono contro come violenti boomerang appena si celebra un congresso. Come puntualmente è avvenuto a Torino.
In terzo luogo non si può fingere che non «sta succedendo nulla».
Certo, non possiamo fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono tantissimi circoli del Pd nella provincia di Torino che hanno celebrato il proprio congresso con serietà, con trasparenza e con grande passione politica e culturale. Ma coprire il malcostume politico, o meglio fingere di non vederlo dove c’è, ti porta ad una sola conclusione: convivere con il malcostume e quindi giustificarlo. Chi adotta quel comportamento può assumere formalmente e statutariamente qualsiasi incarico in un partito ma di fatto rischia di essere,o di diventare, politicamente debole e vulnerabile perché non più credibile.
In ultimo, ma non per importanza, il Pd – anche a Torino e provincia – nella sua complessità deve riscoprire quello “stile” e quel “profilo” che si annuncia in tutti i dibattiti. Se dovesse permanere questa radicale dissociazione tra ciò che si predica e ciò che si pratica anche il Pd non sarebbe più affatto una novità. Ma, semplicemente, un partito come tutti gli altri. Con qualche predica in più sul nuovismo. Ovviamente non praticato. Dirigente nazionale Pd.





