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Ma le alleanze non sono uno slogan vuoto
Giorgio Merlo su Europa del 29/11/2013
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Nel frastuono chiassoso e propagandistico che accompagna il congresso del Pd – fatto di rottamazioni, pacchi di tessere, malcostumi vari, pianificazione della carriera personale dei singoli leader a livello locale e nazionale e via discorrendo – è scomparso dall’orizzonte politico un tema che, normalmente, dovrebbe interessare ad un partito in vista delle ormai imminenti elezioni: e cioè il capitolo delle alleanze.
E questo non per un fatto geometrico o di sola politologia ma perché in Italia, almeno dal secondo dopoguerra in poi, la politica è sinonimo di “politica delle alleanze”. A prescindere dal sistema elettorale. E questo, a maggior ragione, vale per un partito che ogni giorno – attraverso i suoi numerosi e sempre crescenti leader – ripete quasi ossessivamente che questo governo è una “necessità”, è “a termine”, che non rientra nella “prospettiva” del Pd. Ovvero, la prospettiva e il futuro del Pd continua a chiamarsi “centrosinistra”.
Allora, se le parole non sono solo e sempre ipocrisia – come ormai ci siamo abituati nel Pd – si tratta di capire come si costruisce questa coalizione, o alleanza, di centrosinistra. E, su questo versante, le voci nel Pd sono alquanto varie e disomogenee.
Ora, senza trasformare il dibattito in un pallottoliere, si tratta di capire qual è il profilo politico, programmatico e culturale della futura coalizione alternativa al centrodestra. Anche se, va pur detto, in questa fase politica siamo alle prese con una stagione trasformistica che vede un’alleanza, seppur emergenziale, tra la sinistra e il cosiddetto “nuovo centro destra”. Cioè tra il Pd e un gruppo di persone che hanno privilegiato restare saldamente sedute al governo dissociandosi dalla deriva estremistica della neonata Forza Italia berlusconiana.
In campo ci sono sostanzialmente 3 ipotesi. Almeno per il Pd. O si ritorna alla cosiddetta “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria. E cioè, nessuna alleanza con nessuno perché il Pd con il suo progetto e la sua proposta politica si ritiene sufficientemente forte per rappresentare la maggioranza degli elettori nel paese.
Oppure si privilegia una alleanza con partiti e movimenti che si caratterizzano per la loro spiccata cultura di governo nel campo del centrosinistra. E qui sorge la prima domanda. E cioè, quali sarebbero le forze della sinistra che si caratterizzano per la cultura di governo? Sel? I reduci del comunismo nostrano? Il Movimento 5 stelle? Le frattaglie movimentiste che astrattamente sono riconducibili alla sinistra post comunista? O, infine, si privilegia una alleanza secca con le forze riconducibili vagamente al centro moderato, tecnocratico e riformista?
Pongo questo tema perché, ripeto, il capitolo delle alleanze, o meglio, del profilo politico del centrosinistra alternativo alla destra nel nostro paese, è misteriosamente scomparso dal dibattito congressuale del Pd. Se non per rievocare, astrattamente, che quella resta la prospettiva finale.
Certo, mi rendo contro che dopo aver governato con Berlusconi e la destra durante il governo tecnico di Monti per circa 15 mesi; che dopo aver costruito un’alleanza organica con il centrodestra dopo le elezioni del febbraio scorso è difficile, molto difficile, continuare a parlare del profilo politico del futuro centrosinistra. Se non per fare una cortesia alla carta di identità del Pd.
Ma, prima o poi, i nodi politici vengono al pettine e vanno sciolti politicamente e con risposte chiare e nette. Senza propaganda e senza ipocrisia. Perché è indubbio che, essendo sotto gli occhi di tutti, adesso il Pd è impegnato a capire come sarà declinata la rottamazione dopo l’8 dicembre e come scatterà la “pulizia” all’interno del partito.
Come sarà costruita la nuova e futura classe dirigente e, soprattutto, come saranno politicamente e definitivamente emarginate tutte quelle persone che hanno contribuito a costruire il Pd in questi anni e che arrivano dalla prima repubblica. Perché, com’è evidente a tutti, sono questi i temi che dominano l’informazione congressuale del Pd sui grandi organi di informazione.
Ma questi, com’è altrettanto evidente a tutti, sono temi di puro potere e di organigrammi interni del tutto avulsi da ogni riflessione politica se non quella di conquistare il più rapidamente possibile e consolidare il potere per sé e per la propria banda. Il capitolo, invece, del profilo politico e programmatico del futuro e nuovo centrosinistra attiene anche e soprattutto alla prospettiva del Pd.
Certo, molto dipende dal futuro e speriamo efficace sistema elettorale. Ma sia il doppio turno, sia il ritorno al Mattarellum, sia lo stesso proporzionale – seppur da tutti biasimato – esige e richiede una strategia delle alleanze seria, credibile e coerente con lo spirito originario del Pd.
Sarebbe auspicabile, al riguardo, che in questi giorni che precedono il voto delle primarie entrasse a pieno titolo nel dibattito interno al partito il tema del futuro e nuovo centrosinistra. A tutt’oggi è uno slogan vuoto e retorico. Speriamo che qualcuno lo riprenda per capire, almeno a parole, quale sarà la prospettiva del Pd dopo l’alleanza con la destra che dura dal lontano novembre del 2011.





