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Tessere e primarie: il sistema non funziona
Giorgio Merlo su Europa del 5/11/2013
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È indubbio che il modello organizzativo continua a fare cilecca. Con il rispetto dovuto per tutti coloro che nel Pd – e sono tantissimi – individuano nelle primarie una sorta di dogma da venera tutti i giorni, è chiaro che nel meccanismo organizzativo del partito c’è qualcosa che non funziona.
Non voglio riepilogare ciò che è ormai chiaro a tutti. Nel rinnovo dei circoli e nella scelta dei dirigenti locali del Pd il malcostume dilaga. Ho già avuto modo di ricordare che nel mio territorio, Torino e provincia, il malcostume politico legato al mercato delle tessere, ai circoli come votifici di massa, agli intruppamenti vergognosi e squallidi hanno avuto il sopravvento rispetto a qualunque altra valutazione.
Episodi non casuali e neanche circoscritti se è vero, com’è vero, che questa prassi è molto diffusa nel territorio nazionale. Certo, non si deve fare di tutta l’erba un fascio. E non si può e non si deve generalizzare questo malcostume politico. Ma è indubbio che il meccanismo basato sulle tessere andrà profondamente rivisto. Segretari locali e provinciali che vengono eletti in virtù di un consenso del tutto virtuale basato sul reclutamento clientelare – per non fare altri esempi – di tessere che non rispondono a nessun criterio politico se non a quello di “occupare” il partito per un arco di tempo.
Una straordinaria somiglianza, come il caso di Torino e provincia conferma, con la fase decadente dei partiti della Prima repubblica, a cominciare dalla Dc e dal Psi dove nel rinnovo degli organismi locali il tutto era viziato da un tesseramento selvaggio e radicalmente privo di qualsiasi ancoraggio politico. Uno squallore che crea francamente imbarazzo e sconcerto. E non solo tra i professionisti del nuovismo o gli alfieri della rottamazione. Anche perché il malcostume è diffuso orizzontalmente e anche i predicatori quotidiani del rinnovamento e del cambiamento non ne sono esenti.
L’altra faccia della medaglia rispetto al tesseramento come strumento di selezione dei gruppi dirigenti del partito, è la beatificazione delle primarie. Strumento, come tutti sappiamo, che viene usato per eleggere gli organismi nazionali. Una sorta di lavacro pubblico e purificatore dove tutti possono votare e dove, com’è altrettanto ovvio, sono sempre più il frutto di una concezione della politica ispirata alla brutale personalizzazione e alla più spregiudicata spettacolarizzazione.
Certo, tutti possono partecipare al voto e tutti possono decidere da chi farsi governare nel partito e poi nel paese. è un sistema, questo, esente da rischi e da potenziali degenerazioni? Come tutti i sistemi organizzativi non disciplinati da alcuna legge certamente no. Tuttavia le primarie hanno rappresentato un salto in avanti nella ricerca di meccanismi e strumenti capaci di coinvolgere il più ampio numero possibile di persone e di mondi culturali e sociali per la selezione e la legittimazione dei gruppi dirigenti di un partito.
Ma, e qui sta il punto vero, la selezione dei gruppi dirigenti del Pd non potrà avvenire a lungo con un sistema che assomiglia ad una sorta di Giano bifronte. E cioè, le tessere da un lato – con tutto quel carico di corruttela e di speculazione clientelare che si trascina dietro – e le primarie dall’altro che esaltano un modello di partito all’insegna della sempre più massiccia personalizzazione e spettacolarizzazione della politica. Cioè un modello perfettamente funzionale a tutto ciò che in questi lunghi 20 anni ha rappresentato il berlusconismo nel nostro paese.
Ma per potere affrontare con cognizione di causa questo argomento – cioè come selezionare la classe dirigente nel nostro paese, a cominciare proprio dal Pd – vanno dismessi i panni della tifoseria e della adulazione dogmatica nei confronti di strumenti che sono e restano solo strumenti burocratici e regolamentari.
Del resto, un partito vive se produce politica e progetti. Se, invece, come dicono in modo grottesco e ridicolo molti dirigenti di primo piano, il Pd esiste nella misura in cui ci sono e si fanno le primarie non disciplinate da alcuna legge, ci troviamo di fronte ad un dogmatismo regolamentare e burocratico che segna proprio la sconfitta della politica. E la prossima dirigenza del Pd questo tema non lo può più eludere, pena rassegnarsi ad un partito che elegge i suoi dirigenti con strumenti discutibili, vetusti e all’insegna di ciò che quotidianamente combattiamo e denunciamo.





