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Mi aspetto un grazie da Renzi e vorrei un posto in Europa

Intervista a Mercedes Bresso su la Repubblica del 12/1/2014 – di Vera Schiavazzi

«PERCHÉ non mi ricandido? Perché non ne ho più voglia. Chi si propone oggi di fare il presidente del Piemonte per il centrosinistra deve avere davanti a sé dieci anni. E anche mio marito è d’accordo con me: se potrò, vorrei tornare in Europa, se no non ci mancano le cose da fare insieme». E’ una Mercedes Bresso pacificata quella che racconta la storia dal suo punto di vista a poco più di trenta ore dalla sentenza del Tar che le ha dato ragione dopo tre anni e mezzo. Ma non rinuncia al gusto di qualche battuta tagliente: «Sarebbe un gesto carino se chi si candiderà per il centrosinistra mi dicesse grazie, non le pare? E magari anche il segretario del partito, Matteo Renzi…».


Facciamo un passo indietro. Era il 2010, e lei decise di ricandidarsi in Regione. Era sicura di vincere?
«Lo ritenevo non scontato, ma ragionevole, così come tutti i sondaggi dicevano in quel momento. Poi si perse del tempo, sia sul mio nome in contrapposizione a quello di Sergio Chiamparino, che per la verità fu corretto e disse che se mi ricandidavo io il problema non si poneva, sia negli accordi nazionali con l’Udc. Nessuno seppe prevedere il fenomeno Grillo e noi restammo scoperti soprattutto a sinistra…».
La campagna elettorale fu aspra, tra le contestazioni no Tav.
Lei se ne accorse?
«Altroché. Berlusconi era da poco tornato al governo, la sinistra era in rotta, quella radicale stava andando a pezzi. Lo dicevo ai miei, ma non bastava».
E quel 29 marzo? La notte della sconfitta, se la ricorda?
«Certo. Una batosta, un momento amaro. Ma ho la fortuna di non essere troppo emotiva. Chi fa politica sa che si può perdere, e che quando si perde si
resta da soli, si deve affrontare un lungo momento di invisibilità, e ti restano anche i debiti da pagare. Ho finito da poco con quelli del 2010. Ma in questi anni non ho certo vissuto male. A me e a mio marito Claude piace Bruxelles, dove lavoro con entusiasmo
».
Torniamo alle elezioni. Lei sapeva già prima del voto che c’era qualcosa che non an-
dava nella lista Giovine?
«Si, c’erano molte voci, raccolte soprattutto da Luigina Staunovo, ma non avevamo le prove. E in ogni caso avremmo potuto impugnare i risultati al Tar solo dopo, come poi abbiamo fatto».
Anche nella sua coalizione però c’era qualche irregolarità, per le firme della lista Staunovo c’è già stata una condanna…
«E’ vero. Ma è un caso del tutto diverso: Luigina Staunovo è una persona seria, che fa politica, è stata sindacalista, raccoglie pochi voti ma con grande impegno. Se qualcuno ha raccolto firme in modo irregolare è giusto che paghi. Ma io non avrei mai accettato nella coalizione gente come Giovine o Lupi, che conoscevo bene e che non ha mai fatto davvero politica. Le loro liste sono fin dall’inizio un inganno verso gli elettori».
Altro punto dolente: dopo un accordo con Cota per restare presidente del Comitato delle Regioni europee lei ritirò la firma dai ricorsi al Tar. Com’è andata?
«Andò così: io ero già presidente, e a Bruxelles volevano che restassi, lo voleva anche il mio partito e si era espresso perfino il Presidente Napolitano. Cota non voleva mollare. Ci incontrammo e gli feci notare che restando là avrei lavorato per il Piemonte e che conveniva anche a lui. Mi chiese a titolo personale di ritirare i ricorsi, gli dissi che comunque non cambiava nulla perché non ero da sola, e che non lo avrei fatto per Giovine, che già era finito in sede penale. Il resto è noto».
E’ stata una vicenda lunga e intricata…
«L’ex giudice del Tar Piemonte, Alfonso Graziano, l’ha ricostruita benissimo oggi (ieri, ndr) sul vostro giornale. Già dalla prima udienza c’era la consapevolezza che le firme di Giovine erano false, ma non tutti i giudici ebbero il coraggio. Si andò al Consiglio di Stato per Scanderebech e i Consumatori per Cota, ma intanto il centrodestra si era riorganizzato e la decisione del Tar venne bocciata ».
Intende dire che ci furono pressioni politiche sui giudici di Palazzo Spada?
«Intendo quello che tutti sanno, e cioè che fare piaceri al potere è una forte tentazione, che può toccare anche i membri del Consiglio di Stato, molti dei quali arrivano direttamente dai gabinetti ministeriali. Anche l’atteggiamento del mio partito non giovò…».
Ha una lista dei buoni e dei cattivi?
«No. Posso dire chi ci ha creduto: Davide Gariglio, Andrea Giorgis, Lucia Centillo, lo stesso Morgando, anche se forse non è stato così netto nel mostrarlo».
Consigli a Chiamparino?
«Non dare nulla per scontato. Bisogna vincere le elezioni, e poi trovare una maggioranza, cosa difficile con 50 consiglieri e con i grillini. Io sono a disposizione, conosco bene il bilancio e so quali enormi danni sono stati fatti».
Un sogno?
«Poter partecipare all’unione politica dell’Europa. Per me, è l’obiettivo
di una vita».
È stato più difficile attraversare tutto questo da donna?
“Sì. Se non sei una lady di ferro sei una zarina… Ma le cose stanno cambiando, e il potere delle donne è considerato sempre più normale”.