Gariglio su Referendum
Nel referendum di ieri il 41% dei votanti ha detto SI al progetto di riforma costituzionale votato dal Parlamento. Un numero impressionante di elettori, 13,4 milioni, ma non sufficiente per l’approvazione della riforma.
Di conseguenza il Governo Renzi, che aveva ottenuto la fiducia del Parlamento col mandato di modernizzare il nostro assetto istituzionale, doverosamente chiude la propria esperienza, con profonda dignità. Abbiamo creduto in un disegno che vedesse il superamento del bicameralismo, che assicurasse la stabilità degli esecutivi, che riducesse i costi di funzionamento delle istituzioni pubbliche, che vedesse una più corretta ripartizione del potere legislativo tra Stato e Regioni, tutte cose di cui la politica discute da 33 anni e che tutti negli anni hanno ritenuto necessarie. Non siamo però riusciti ad ottenere il consenso del popolo, che è sovrano e le cui decisioni vanno rispettate.
Il referendum, da un voto sulla riforma, si è progressivamente trasformato in un giudizio sul Governo in carica e tutti erano contro di noi, anche alcuni tra coloro che questa riforma in Parlamento l’hanno votata. Dall’altra parte si sono uniti 19,4 milioni di voti che esprimono posizioni politiche diverse e tra loro alternative: uniti nel dire NO, ma assai divisi sulle proposte per il futuro. Restano l’amarezza e la convinzione che sarà estremamente improbabile che l’Italia possa riformare le proprie istituzioni almeno per i prossimi anni.
Come ha detto ieri sera Matteo Renzi: “Fare politica andando contro qualcuno è molto facile, fare politica per qualcosa è più difficile, ma più bello”.
Ringrazio Matteo Renzi per la passione e la forza messe in questi 1.000 giorni di governo, per l’azione riformatrice che ha condotto e per averci fatto assumere la consapevolezza che la politica può davvero cambiare il corso delle cose.
Credo che Renzi debba rimanere a guidare il PD, garantendo la continuità della nostra proposta riformatrice: dopo questa esperienza di Governo, non possiamo tornare alla vecchia politica, alle trattative infinite, alle coalizioni spurie e litigiose. Dobbiamo rafforzare il partito, dedicare tempo alla sua riorganizzazione sul territorio, aprirne le porte a tutti coloro che si sono impegnati nei comitati per il SI, fare un congresso che si esprima sulla linea delle riforme da perseguire. Dobbiamo assicurarci che nel futuro, salva la libertà di coscienza dei singoli, non sia più possibile che chi sta dentro il partito si allei con i peggiori avversari esterni per far cadere il proprio leader.
Poiché siamo la forza di maggioranza relativa nei due rami del Parlamento, abbiamo l’onere di garantire che venga approvato la legge di stabilità e che proseguano gli interventi a favore delle popolazioni colpite dai terremoti e dall’alluvione. Il prima possibile si torni però a dare voce agli elettori, che si devono esprimere per indicare chi debba guidare questo Paese nei prossimi cinque anni. Non si ripetano esperienze di anni di governi tecnici o di grandi coalizioni, dove non si sa mai chi decide e dove nessuno è responsabile. Siano gli italiani a stabilire il loro destino.





