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CARI POLITOLOGI FATE PIU’ ATTENZIONE AI MICROCLIMI SOCIALI

Federico Fornaro su Il Riformista del 19/2/2012


L’ultimo libro di Ilvo Diamanti, docente all’Università di Urbino e apprezzato editorialista del quotidiano “La Repubblica”, è dedicato agli errori dei politologi e alla più generale incapacità di prevedere  e comprendere quel che succede nella società.

Il saggio ripropone e sviluppa la prolusone presentata dall’autore all’Assemblea della Società Italiana di Scienza Politica (SISP) a Venezia nel settembre 2010 ed affronta con coraggio e con acuto senso critico le difficoltà incontrate dagli esperti di politica a orientarsi nella moderna società complessa. L’accusa che Diamanti rivolge ai colleghi e più in generale all’universo dei commentatori, è quella di concentrarsi eccessivamente sui protagonisti delle dinamiche politiche – i governi, le istituzioni, i partiti, i leader – finendo così per trascurare i «microclimi d’opinione» che,a suo giudizio, improntano i mondi locali e i rapporti interpersonali.

In altri termini, per comprendere le evoluzioni del sistema politico e della società italiana nel suo insieme, occorre dare il giusto peso sia a fenomeni di tipo “macro” (per tutti, il passaggio in atto dalla democrazia dei partiti alla democrazia del pubblico) sia a quelli “micro” (ad esempio, la persistenza di subculture in diverse aree territoriali).

Di particolare interesse, è la riflessione che Diamanti dedica all’importante lavoro di Bernard Marin, Principi del governo rappresentativo, pubblicato in Italia da “Il Mulino” nel 2010, incentrato sulla metamorfosi della democrazia segnata dal declino in atto da diversi anni dell’influenza dei partiti nella politica contemporanea e la parallela valorizzazione del ruolo dei leader e della comunicazione. Sempre più,infatti, nella “società del pubblico” che stiamo vivendo, il confronto tra gli individui si sta sostituendo a quello fra grandi ideologie interpretate e supportate da grandi organizzazioni partitiche.

«La “democrazia del pubblico” emerge in seguito alla crisi della “democrazia dei partiti” – annota Diamanti – determinata dal declino, appunto dei partiti. i quali si riducono a “cartelli” di oligarchie, perdono credibilità e capacità di mobilitazione. Non solo: alimentano sfiducia e disaffezione e cedono, dunque, spazio e ruolo alla “personalizzazione”. In altri termini, gli elettori per decidere “come” e per “chi” votare, guardano più ai leader che ai partiti. Si allontanano, cioè dalle organizzazioni politiche e si fidano maggiormente delle “persone”».

Parallelamente a questo “macro” fenomeno di lento indebolimento della capacità di guida e orientamento della società da parte dei partiti (e delle ideologie forti), è cresciuta l’importanza del ruolo della comunicazione e in particolare, dagli anni ottanta, della televisione.

I sistemi di propaganda di un tempo (riunioni, comizi,volantini ecc.) hanno progressivamente lasciato il posto alle apparizioni televisive e più generale ai media (oggi anche ai new media come i socialnetwork).

Diamanti indica tre orientamenti comuni a tutte le democrazie rappresentative che hanno portato all’affermarsi di un processo di neo-presidenzializzazione dei sistemi politici contemporanei: la personalizzazione e il rafforzamento dei poteri degli esecutivi, la personalizzazione dei partiti, la mediatizzazione e la personalizzazione della scena politica.

Tra le conseguenze di questa metamorfosi della democrazia, vi sarebbe, come conseguenza naturale e diretta, l’indebolimento dell’influenza dei partiti nella determinazione della scelta di voto dell’elettore: fine della stabilità del corpo elettorale determinata da ideologie e identificazione partitica e inizio di una nuova stagione di crescente mobilità elettorale e di comportamenti più razionali dei cittadini chiamati alle urne,

Si aggiunga poi la trasformazione delle stesse campagne elettorali, divenute ormai “permanenti”, perché – come osserva Diamanti – si svolgono «a pieno tempo, allo scopo di produrre e riprodurre il consenso (o il dissenso) intorno alle politiche del governo. In generale: al fine di influenzare e di modificare l’agenda delle priorità e delle emergenze, fra i cittadini».

Quel che Diamanti contesta in radice è il paradigma dominante tra i politologi fondato sull’assunto che il declino delle appartenenze e dei partiti, combinato con l’ascesa nella società della comunicazione e della personalizzazione, abbiano ridotto l’influenza di quelle che egli definisce «le strutture di riproduzione del consenso fondate sulle tradizioni sociali, ideologiche e locali».

In Italia, in particolare, la retorica del cambiamento guidato dalle istituzioni e dalla comunicazione avrebbe finito per sottovalutare il peso e resistenze della “tradizione”, intesa come tipi di rapporti di relazione fra elettori, partiti e voto e la radicata esistenza di subculture politiche territorali.

Nel nostro paese,per quanto in lento declino, infatti, è ancora rilevante il “voto di appartenenza” (meno legato ai singoli partiti e più all’area politica allargata) e il “voto di opinione” continua a essere circoscritto principalmente nelle città metropolitane e tra le componenti sociali più secolarizzate e informate. Tanto influente quanto sovente non considerato dalle analisi che si fermano ai fenomeni “macro”, infine, è la caratteristica (molto italiana) del “voto di scambio”, un fenomeno diffuso soprattutto nelle regioni meridionali e nelle zone socialmente e economicamente più marginali.

Stando al paradigma della “democrazia del pubblico”, poi, le subculture (bianche, rosse e verdi) sarebbero destinate alla sparizione. Un analisi più attenta dei “micro” fenomeni, raccomanda,invece, a una maggiore prudenza: sono sì presenti chiari segni di erosione nella omogeneità di voto in questi territori, ma siamo ancora lontani dalla loro definitiva scomparsa.

Scienziati e specialisti della politica debbono farsene una ragione: in Italia le fedeltà politiche e le appartenenze politiche territoriali, seppur indebolite, non si rassegnano a svanire per dissolversi nella “società del voto liquido”.

Nonostante la lunga stagione berlusconiana abbia indubbiamente rappresentato uno dei punti più alti della personalizzazione e della spettacolarizzazione comunicativa, infatti, la divisione in campi ostili e rigidamente separati ha continuato a persistere, andando a sovrapporsi quasi plasticamente sulla frattura novecentesca dell’anticomunismo. Come più volte dimostrato dalla mappatura elettorale di Diamanti, nonostante tutti i giganteschi cambiamenti e le enormi differenze tra l’Italia (e gli italiani) del 1948 e quelli di oggi, la coincidenza di comportamento elettorale su base territoriale si presenta molto più elevata di quello che sarebbe lecito attendersi.

Uno dei principali vettori di “stabilità elettorale” nel nostro paese – ampiamente sottovalutato dalla pubblicistica – è, secondo l’autore, la famiglia (da intendersi non soltanto come legame di convivenza, ma anche di dipendenza e trasmissione intergenerazionale di valori): la maggioranza degli italiani afferma che in famiglia votano quasi tutto allo stesso modo.

L’invito,dunque, che Diamanti rivolge non soltanto ai suoi colleghi ma all’universo della politica, è quello di dedicare maggiore attenzione a quello che si muove nella società: occorre fare maggiormente i conti con “il senso comune”, evitando di concentrarsi unicamente su quello che avviene a livello “macro”, non dimenticandosi, infine – come suggerisce Bourdieu – che «gli individui si espongono ai media più per trovare conferma alle loro opinioni che per cambiarle».