Bossi, giù le mani dalla Dc
Giorgio Merlo – Europa – 26 agosto 2010
Umberto Bossi ormai lo conosciamo bene. È indubbiamente un leader con un grande e raffinato fiuto politico che gli ha permesso, negli anni, di costruire la sua strategia accompagnata da un consenso che ha raggiunto livelli significativi e ragguardevoli. È inutile non riconoscerlo.
Come è altrettanto inutile perdere tempo sul profilo “razzista”, “xenofobo” o di “destra” del suo movimento politico. Tutti sanno che basta guardare i consensi raccolti nei paesi al di sotto dei 15.000 abitanti in tutto il Nord del paese – quasi il 30% – per dedurre che la Lega è oggi un partito autenticamente popolare, profondamente radicato nella società settentrionale e riccamente interclassista. Chi sostiene il contrario, e abbondano anche nel Pd, purtroppo, o è accecato dalla pregiudiziale ideologica o frequenta luoghi politici salottieri e virtuali che lo portano lontano dalle dinamiche vere che attraversano la società settentrionale.
Ma è altrettanto vero che Umberto Bossi ci ha abituato anche alle ormai note e straconosciute “sparate”, soprattutto quelle estive. (leggi tutto)
E tra i temi ricorrenti di queste invettive non mancano quasi mai le accuse virulente contro la Dc, i democristiani e la storia democratico cristiana. Una sorta di idiosincrasia che lo porta a ricevere massicci consensi dalle zone tradizionalmente e storicamente “bianche” e, al contempo, a lanciare bordate contro tutto ciò che ricorda, anche lontanamente, le dinamiche politiche riconducibili alla Democrazia cristiana. Oltretutto, la storia di governo di Bossi lo ha portato puntualmente, sia nel 1994, sia nel 2001, ad allearsi saldamente con un pezzo autorevole – e non pentito – di quella storia, cioè il partito di Casini. È strano se non curioso, quindi, questa voglia di smarcarsi e di demonizzare tutto ciò che sa di Dc. Su questo versante, è bene non dimenticare che la Lega, anche nell’immaginario collettivo, è sempre più paragonata al ruolo politico che ha svolto per anni la Dc in quelle zone e in quella società. Certo, c’è poca somiglianza nella classe dirigente, nel progetto politico – com’è ovvio, del resto – e anche nelle modalità concrete di costruzione del partito. Ma la somiglianza la si ricava sostanzialmente dal consenso e dalla rappresentatività sociale e politica che la Lega riveste in quei territori. E il consenso, come sappiamo, è la regola aurea che qualifica e giustifica la politica.
Detto questo, è bene però aggiungere che questi giudizi liquidatori e qualunquistici sulla Democrazia cristiana vanno respinti seccamente e senza appello. E questo non solo perché non bastano quattro insulti per descrivere e riassumere una storia quarantennale che ha segnato la storia democratica del nostro paese ma soprattutto perché quella storia è ancora viva e presente nella società settentrionale.
E la Lega che oggi la interpreta a livello maggioritario, ma non esclusivo, sotto il profilo politico ed elettorale non ha ricevuto una cambiale in bianco destinata a durare per l’eternità. In secondo luogo, l’adesione massiccia alla Lega interpella direttamente il ruolo e la proposta dei partiti popolari – a cominciare soprattutto dal Pd – attorno ad un progetto capace di intercettare le domande provenienti da quei territori. Un tema vecchio e noto alle cronache politiche. Ma è noto che non è tollerabile a lungo che un partito come la Lega continui a ricevere un consenso così vasto da pezzi di società che sino a pochi anni fa si riconoscevano altrettanto massicciamente in un altro partito popolare, di massa e interclassista – nonché ad ispirazione cristiana – come la Dc.
Delle due l’una: o nell’attuale offerta politica la Lega è l’unico soggetto politico capace di farsi prevalentemente carico di quelle problematiche oppure gli altri partiti lanciano messaggi talmente criptici che non vengono sufficientemente percepiti dagli elettori.
In terzo luogo, coloro che si sono riconosciuti – a livello politico, culturale, sociale e anche religioso – in un partito come la Dc, e in quel progetto politico, non possono tollerare a lungo che proprio quella storia venga manomessa e sostanzialmente stravolta. Non c’è solo la responsabilità o la denigrazione di Bossi a giustificare questo silenzio.
Serve un soprassalto d’orgoglio di quella storia e di tutti coloro che anche nell’attuale contingenza politica continuano a nutrire stima e rispetto verso l’esperienza democristiana.
Pertanto, non tutto il male viene per nuocere. Anche questa volta.
Gli attacchi ripetuti di Bossi alla Dc, ai democristiani e alla storia, seppur nobile, della Democrazia cristiana potrebbe far scaturire effetti inaspettati. Insomma, una sorta di “giù le mani dalla Dc”. Almeno da parte di chi ne recupera l’elettorato ma ne violenta la sua storia.





