Intervista a Davide Gariglio
Intervista a Davide Gariglio su Il Nostro Tempo del 28/11/2010

«Credo che la politica abbia il dovere di presentare alla società idee, progetti e persone e che la società abbia il diritto di scegliere ciò che preferisce. Il rettore del Politecnico di Torino Francesco Profumo, come me o come altri candidati, può essere una delle proposte che i partiti fanno ai cittadini, ma poi devono essere i cittadini a dirci qual è la scelta migliore attraverso il voto delle primarie, in cui tutti, anche i non iscritti, potranno dire la loro. Se qualche partito della coalizione vuole proporre Profumo come candidato alle primarie, ben venga: arricchirà il confronto».
Ad esprimersi in questi termini, senza fare ricorso ad un criptico politichese, è Davide Gariglio, 43 anni, ex presidente del Consiglio regionale del Piemonte ed esponente dell’area popolare del Pd, intervistato in vista delle primarie del partito che dovrebbero vederlo in campo insieme ad altri candidati. La sua tesi è che il Pd, in quanto maggior forza politica della città, abbia la possibilità di individuare al suo interno delle personalità in grado di governare il Comune. «Proveniamo», ci dice, «da quasi vent’anni di buona amministrazione, credo vi siano più persone in grado di ricevere da Chiamparino il testimone della guida dell’amministrazione».Presidente, pare di capire che lei sarà uno dei contendenti nelle primarie per la candidatura a sindaco di Torino?
Sì, ho atteso finora che il Pd decidesse se davvero si sarebbero fatte le primarie. Ora che questa scelta è stata assunta mi accingo a presentare la mia candidatura. Per farlo devo raccogliere più di mille firme di sostegno tra gli iscritti del partito nella città di Torino oppure quindicimila firme di cittadini torinesi. E’ un’impresa ardua, ma è la condizione per poter essere presente alle primarie. La mia è una candidatura che non gode dell’appoggio dell’establishment nazionale del partito, ma che nasce invece dal basso, dalla spinta delle persone che sono impegnate sul territorio della città.
Oltre mille firme di iscritti, quindicimila se normali cittadini. E’ quasi uno sbarramento…
Sono regole dure, ma comprendo la necessità di evitare il proliferare di candidature improvvisate.
Meccanismi che valgono anche per i candidati della società civile come il prof. Profumo?
No. Queste regole stringenti valgono solo per gli iscritti al Pd. Per gli altri occorrerà capire quali saranno i meccanismi scelti dalla coalizione, perché le primarie non sono un fatto interno al Pd ma coinvolgeranno l’intero centro-sinistra.
Tante candidature per le primarie, dunque. Cosa potrà accadere?
Ho sempre rispettato gli avversari anche nei momenti di scontro più duro. Penso che le primarie dovranno essere un’occasione importante per il confronto sulle idee, prima ancora che un confronto tra persone.
A Milano o in Puglia a perdere sono stati i candidati ufficiali del Pd. Che idea si è fatto di questo fenomeno?
Il Pd ha inanellato una serie consistente di errori. In Puglia ha sottovalutato il radicamento e la presa elettorale del presidente uscente dalla Regione, Vendola, che si è dimostrato quello più in grado di catalizzare il voto del popolo di centro-sinistra. A Milano il dato eclatante è che il Pd non è stato in grado di fare maturare al suo interno una proposta rappresentativa di una classe dirigente impegnata sul territorio e riconosciuta dalla gente: si è fatta una scommessa scegliendo un’autorevole personalità della società civile, che però non è riuscita ad attrarre la maggioranza degli elettori. Con una battuta si potrebbe dire che non porta fortuna essere il candidato ufficiale del partito…
Si assiste ad un fatto curioso: il Pdl è in piena crisi, ma il Pd non sembra trarne vantaggio. Quale è la sua impressione?
A differenza di quanto accade in quasi tutte le democrazie europee, da noi al calo di consensi della maggioranza non corrisponde un aumento dei favori dell’opposizione. Segno che il Pd non ha ancora trovato la sua giusta dimensione politica. C’è un problema di identità e ciò finisce per ripercuotersi inevitabilmente sui programmi e sulla strategia delle alleanze. Siamo tuttora un partito in cantiere e c’è davvero ancora molto da fare. Soprattutto occorre avere le idee chiare. Sui temi del lavoro, ad esempio, non si può essere incerti tra le posizioni di Cisl e Uil e quelle della Fiom; così come sulle alleanze non si può privilegiare solo l’Italia dei valori e Sinistra e libertà, ma bisogna muoversi verso le forze di centro e soltanto dopo perseguire un’intesa con una parte della sinistra. Penso peraltro che all’orizzonte posa esservi una scomposizione e una ricomposizione degli attuali partiti in campo. La legge elettorale, se cambiata, potrà accelerare questo processo in parte comunque inevitabile.
Un processo che potrebbe interessare il Pd?
E’ presto per dirlo. Il Pd deve però trovare il suo corretto posizionamento politico. O diventa quello che per cui è nato, ossia un partito che valorizza le sue diverse tradizioni culturali nel contesto economico e sociale del nostro tempo, e allora vi è davvero un futuro, oppure se prevale un ritorno al passato socialdemocratico sarà destinato a perdere una parte dei suoi fondatori.
Per appartenenza generazionale si iscrive al gruppo dei “rottamatori”?
Quando ero ragazzo e facevo politica nella Dc contestavo duramente il mio partito chiedendo il rinnovamento della sua classe dirigente e il cambiamento del suo modo di agire. Da allora sono passati venti anni e i problemi sono sempre gli stessi. Il mio referente politico di allora, Guido Bodrato, un giorno mi disse che in politica le cose non bisogna chiederle ma prendersele quando si ha la forza di farlo. Fu una lezione di vita e da allora in poi ho cercato di evitare di declamare le esigenze di rinnovamento puntando invece a perseguirle nel mio impegno politico quotidiano. Prima in circoscrizione, poi alla guida dell’Azienda trasporti cittadina e oggi in Consiglio regionale. Al di la di ciò i “rottamatori” dicono cose che condivido nel merito; il metodo, per contro, non mi piace affatto.
Dopo la presidenza del Consiglio regionale ci si sarebbe aspettati di vederla capogruppo Pd…
Mi è stato fatto presente che non era opportuno che un ex democristiano fosse capogruppo in Regione, visto che il segretario regionale del partito proviene anch’egli dalla Dc, così come il presidente della Provincia di Torino. Non condivido queste logiche, ma non mi piacciono le battaglie sui destini personali. Preferisco impegnarmi a realizzare le mie idee e vivere i miei valori nell’azione quotidiana del gruppo consiliare. Al di là di tutto va peraltro riconosciuto che l’attuale capogruppo Pd, Aldo Reschigna, è persona di valore e sta facendo un gran bel lavoro.
Quale è la sua visione di Torino?
Un luogo in cui si può vivere bene, che è all’avanguardia dell’innovazione e che riesce ad offrire prospettive di lavoro ai propri giovani, attirando anche le eccellenze nello studio e nella ricerca. Una città che continua la sua tradizione di protagonista, come lo è stata dell’Unità d’Italia e dell’industrializzazione del Paese. Una Torino sicura e solidale, attenta alle esigenze di tutti i suoi cittadini sia che vivano in centro o in periferia.
Quali le priorità da affrontare?
In questo momento le vere priorità sono il lavoro e la ripresa economica. Il Comune non può evidentemente creare delle aziende, ma certo può favorire l’insediamento di nuove attività e la crescita di ciò che già esiste, dalla Fiat a tutte quelle imprese che in questi anni hanno saputo resistere allo tsunami che è venuto loro addosso.
In conclusione, provi a tracciare il profilo del futuro sindaco…
Sono la persona meno adatta per farlo, essendo uno degli aspiranti. Credo comunque che il nuovo sindaco debba avere un vero amore per questa città e una grande passione per le sfide che ci attendono. Una buona conoscenza di quella che è la Torino di oggi che non è più la “città fabbrica” degli anni Ottanta. Una capacità di lavorare in rete con gli altri livelli istituzionali: governo, Regione e Provincia. Grande umiltà nel saper ascoltare la gente e le sue esigenze. Questo è forse ciò che più manca alla politica di oggi.
Aldo Novellini





