Veltroni: “La parola più bella è Paese anche la sinistra la ama”
Intervista a Walter Veltroni su La Stampa del 21-02-2011
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C’è un’idea che era «sostanzialmente sparito dal dibattito pubblico», dice Walter Veltroni, ed era proprio quella di Patria. O meglio di «Paese, espressione bellissima che in italiano come in altre lingue definisce sia la più piccola sia la più grande comunità». Ora se ne riparla, e con una certa passione.Vogliamo dire finalmente?
«A me fa molto piacere. Perché questo tema svela un bisogno vero. Ci stiamo accorgendo che una vita dove ciò che conta è solo il nostro giardino ha in prospettiva una devastazione morale insopportabile, finisce nella violenza. Al festival di Sanremo, Roberto Benigni se ne è fatto interprete grandissimo».
Lei ha scritto un romanzo, Noi (Rizzoli) dedicato alla nostra storia recente, dove il senso della comunità e della continuità è molto forte. E’ questa la sua idea di Paese?
«Ho raccontato la grandezza di questo Paese che è sempre caduto e si è sempre rialzato. Le devastazioni della guerra e il boom economico, la strategia della tensione, il terrorismo e la voglia di ricominciare. Questo è l’Italia dove non c’è mai nulla di banale – il che è un pregio e nello stesso tempo un difetto. Oggi siamo di nuovo nel collo dell’imbuto, ma è possibile che una volta superato ci sia una nuova primavera, un momento in cui si riparte mettendo da parte quell’odio cui pure gli italiani sono così inclini. Non dimentichiamo che ci sono stati momenti storici in cui è stato possibile farlo, basta ricordarci della Resistenza e di quei testi splendidi che sono le Lettere dei condannati a morte»
Il Paese vuol dire «noi»?
«Penso proprio di sì. Ci stiamo accorgendo tutti che a forza di dire solo “io” si sta molto peggio. Il particolarismo distrugge il tessuto di una nazione. Ne avevo parlato proprio al Lingotto quando immaginavo la ricostruzione di una comunità di destino. E sono convinto che ci sia una sorta di pendolo: oggi la storia italiana può andare verso il solidarismo».
Questa comunità tricolore non piace a tutta la sinistra. Ieri sul Manifesto lo storico Alberto Maria Banti sosteneva che il linguaggio di Benigni non è diverso da quello della Lega; la differenza starebbe solo nel perimetro geografico in cui si colloca: l’Italia anziché la Padania.
«Vorrei che la sinistra, invece di prendersela con Benigni, pensasse a organizzare manifestazioni di solidarietà con i libici. Io sono cresciuto con il Viet Nam, mi sono commosso per Jan Palach, ho sofferto per l’11 settembre, ho sempre sentito fratelli nel mondo coloro che si battevano per la propria libertà. Mi trovi una persona che abbia combattuto per la libertà e non abbia anche un senso di nazione, di comunità nazionale, molto forte».
Potremmo chiederci se la sinistra nasce con le note della Marsigliese, aux armes citoyens, o con il manifesto di Marx, proletari di tutto il mondo unitevi. Fa una certa differenza.
«Ho appena letto il bellissimo libro di Aldo Schiavone dedicato a Spartaco e alla rivolta degli schiavi. Perché non con Spartaco? La verità è che si è fatta strada anche a sinistra l’idea secondo cui esiste solo il proprio giardino, con la conseguenza di difendere la propria dimensione trascurando il fatto che ciascuno è figlio di una identità, multipla certamente, e di una comunità»
E cioè di un Paese, nella doppia accezione del termine. Che cosa risponde a chi osserva che è un po’ tardi, dopo aver snobbato a lungo l’idea di Patria lasciandola in esclusiva alla destra?
«Che non è vero, che questa è una caricatura. C’è stato sì un lungo dibattito ideologico, viziato nella prima Repubblica dal tema della doppia appartenenza, dal riferimento all’Urss e agli Usa, e poi un confronto altrettanto ideologico con la Lega. Ma non possiamo dimenticare i momenti alti, uno per tutti la Resistenza»
Qual è il suo rapporto con l’idea di Patria?
«Credo, fra i politici, di essere quello più “patriottico”, anche se il ermine non mi convince. Quando ero sindaco di Roma ricordo che chiesi non senza timore ai cittadini di esporre la bandiera italiana per i caduti di Nassirya. Non ero sicuro della risposta, che invece fu corale ed entusiastica. Durante la campagna elettorale del 2008 chiudevo sempre con l’Inno di Mameli. Non certo per via della Lega. Benigni lo ha detto in modo perfetto: quando si gira per l’Italia, i suoi monumenti, le sue bellezze, sentirsi figli di questa storia dovrebbe essere qualcosa che riempie d’orgoglio. Anzi, per quel che mi riguarda, vorrei che tutti facessero proprio il detto inglese Right or wrong my Country»





