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Referendum giustizia, Gianfrotta: le ragioni per dire NO

La riflessione di Francesco Gianfrotta, magistrato a Torino fino al 2015: prima pubblico ministero, poi giudice penale, sul referendum giustizia. Si è occupato, tra i tanti, di processi per fatti di terrorismo e di criminalità organizzata,  per l’incendio del cinema Statuto e della cappella della Sindone, per il caso Telekom Serbia e per la morte degli operai della Thyssenkrupp. 

Non si può non essere d’accordo con quanto ha affermato di recente il prof. Augusto Barbera [1]:

“…alcuni punti possono essere sottolineati: come ho appena detto e ripeto, nel referendum gli elettori sono chiamati a votare né a favore del Governo né contro il governo; ma, aggiungo, non si vota né a favore della Magistratura, né contro la stessa”.

Mai troppo il ribadirlo, in una stagione, che peraltro va avanti da decenni, in cui la politica lamenta frequenti invasioni di campo da parte dei magistrati, accusati anche di remare contro (con ciò dimostrando -alcuni settori della politica- di avere idee non chiare sulla separazione dei poteri, fondamento delle democrazie liberali dall’epoca della rivoluzione francese: ma tant’è, questi sono i tempi); e la comunicazione -sovente in compagnia di settori della politica- riconduce anche casi di malagiustizia (errori giudiziari, sempre esistiti, nonostante più gradi di giudizio) alle questioni che si discutono in relazione al referendum di marzo, rispetto ai quali queste ultime sono palesemente fuori tema.

Sui temi oggetto della consultazione referendaria il discorso è, invece, più che mai aperto e non basta a chiuderlo il richiamo alle posizioni -a favore della separazione delle carriere dei magistrati- di autorevoli giuristi, alcuni dei quali hanno anche scritto la storia del nostro paese con il loro impegno antifascista, che nessuno mai dimenticherà. 

Conviene, allora, misurarsi con la riforma costituzionale della giustizia, con i suoi contenuti, con i suoi obiettivi, compresi -tra questi- quelli eventualmente non dichiarati. E conviene farlo a partire dal tema che, forse per un incoercibile bisogno di semplificazione che contagia anche gli opinionisti più avvertiti, continua ad essere al centro del dibattito pubblico e, soprattutto, della comunicazione: il tema della separazione delle carriere dei magistrati.


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