IL PATTO ELETTORALE TRA LEGA E CHIESA
Federico Fornaro su Il Riformista del 11-05-2011
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Il rapporto tra la Lega e la Chiesa cattolica ha un carattere certamente atipico (con un passato anche burrascoso) e riveste una straordinaria importanza nella strategia di conquista dell’egemonia culturale e politica del Nord da parte del Carroccio.A differenza di altri partiti, infatti, in più di un’occasione la Lega non ha avuto remore nel presentarsi come un soggetto che interviene direttamente nelle vicende della Chiesa, schierato apertamente a sostegno delle posizioni tradizionaliste e anticonciliari.Per i leghisti, la religione cattolica rappresenta un fondamentale fattore di conservazione sociale e di trasmissione della tradizione, essenziale per contrastare il multiculturalismo e la società multietnica.
Un interessante e ricco contributo per ricostruire e comprendere meglio le complesse relazioni tra Lega e Chiesa, viene dal libro di Renzo Guolo, docente di sociologia politica all’Università di Padova, dal emblematico titolo “Chi impugna la croce” (pp. 151, euro 16,00), appena edito da Laterza.
Dopo la fase «neopagana» delle origini, con derive celtiche, la Lega,avrebbe compiuto, nell’analisi di Guolo, una progressiva «conversione», per candidarsi a essere, a tutti gli effetti, un «partito cristiano».
Una strategia dettata sia dall’esigenza di espandersi in territori fortemente caratterizzati da una radicata subcultura bianca che non avrebbero tollerato una «guerra di religione» contro santa romana chiesa sia dall’essere diventata una forza di governo chiamata a dialogare con il Vaticano.
La cosiddetta Italia bianca, infatti, ha avuto storicamente il suo cuore principalmente nel Nord Est, nelle province montane e pedemontane della Lombardia, con qualche appendice nel Nord Ovest (la provincia di Cuneo), con tratti di vera e propria egemonia elettorale nelle aree extra-urbane e nei piccoli comuni: in queste zone la Democrazia Cristiana poteva contare su di un consenso largo e fedele, molto al di sopra della media nazionale.
Ebbene, prendendo in esame le ultime elezioni regionali del 2010, vi è una pressoché perfetta sovrapposizione tra i territori «bianchi» e quelli «verdi» leghisti. Nelle terre storicamente considerate di subcultura politica bianca la Lega raggiunge percentuali che oscillano tra il 20 e il 40% e nella provincia di Treviso, una delle principali casseforti del voto democristiano, il Carroccio ottiene il suo risultato migliore (48,5%).
Un radicamento così significativo che porta Guolo a sostenere che la definizione della Lega «costola del Pci», che così tanta fortuna ha trovato nei media – andrebbe, forse, più correttamente sostituita con quella di un Carroccio «costola della Dc».
In altri termini, la più recente espansione della Lega sarebbe stata resa possibile da progressivo riavvicinamento alle gerarchie ecclesiastiche, iniziato non senza difficoltà per una reciproca diffidenza, dopo la fine del mito dell’unità politica dei cattolici.
Nel Nord, la Lega si è così candidata a diventare l’erede di “una delega di tipo «difensivo»: votare «per la religione», per la Dc, significa nel senso comune” – scrive l’autore – “non solo tutelare il mondo cattolico ma anche la forma della società locale e del suo sistema culturale”.
Una strategia che ha trova una dura opposizione in molti ambienti cattolici, indisponibili ad accettare le posizioni leghiste in materia di immigrazione. Un tema, quello dell’accoglienza dei migranti, su cui permane una significativa diversità di opinioni netta tra Lega e Chiesa.
In definitiva, Bossi mira a essere il principale continuatore (in competizione con Berlusconi) di quella tradizione politica e culturale che, nonostante la fine del Pci, continua sotto la forma dell’ «anticomunismo senza comunisti» e che costituisce una parte consistente del radicamento elettorale della Lega nell’ Italia bianca (e non solo).





