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Rassegna stampa democratica

«Brancolano nel buio Il federalismo sepolto nell’iniquità»

Intervista a Piero Fassino su L’Unità del 17/08/2011


È la prima manovra dell’era Berlusconi che giudica da amministratore di una grande città e non da parlamentare dell’opposizione. Anche perché è uno dei pochi ad essersi dimesso da quando è stato eletto sindaco. Una mosca bianca? «Diciamo che io mi sono dimesso, altri 100 della maggioranza no, mantengono il doppio incarico.

Ma dicono che bisogna tagliare i costi della politica…». Piero Fassino, sindaco di Torino, un milione di abitanti, ha fatto due conti: questa manovra per la sua città si tradurrà in 90 milioni di euro in meno, che vanno a sommarsi a quelli già tagliati per il 2011. «Un colpo durissimo per chi cerca di garantire servizi e diritti ai cittadini». Fassino, gli Enti locali sono sul piede di guerra. In questo non c’è differenza fra lei e Tosi, sindaco leghista. «Questa è una manovra di emergenza debole su tre punti fondamentali: contiene interventi una tantum che non incidono strutturalmente sulla riduzione della spesa, raschiano il fondo del barile ma non toccano i meccanismi di indebitamento che ci hanno portato fin qui. C’è una forte iniquità sociale perché pagano quelli che lo hanno sempre fatto e cioè enti locali, lavoratori dipendenti e ceto medio. E non solo non si toccano coloro che non hanno pagato mai, a partire dai grandi evasori, ma non c’è un solo euro per misure di crescita o sviluppo». Quali sono le conseguenze pratiche per chi amministra il territorio? «Sono dieci anni che tutte le manovra sono centrate essenzialmente su tagli alle risorse di Regioni, Province e Comuni. Siamo arrivati al di sotto della soglia minima per continuare a erogare servizi fondamentali ai cittadini. In questo modo si seppellisce ogni forma di federalismo e autonomia. Si scarica sui Comuni la possibilità di aumentare le tasse e si ipotizza l’anticipo dell’Imu al 2012 ma contestualmente si tagliano i trasferimenti per una cifra superiore al doppio di quanto i Comuni potranno incassare con quelle due misure. Non è un caso se protestano Tosi, Alemanno e Fassino. Ed è significativo che lo stesso ministro dell’Interno, Maroni, abbia detto che non si possono ridurre le risorse dei Comuni». Già, ma il decreto è stato votato all’unanimità dal Cdm. Come se lo spiega questo smarcarsi dei ministri? «È la dimostrazione che questo governo non ha una strategia, brancola nel buio, con il risultato che fra due anni rischiamo di trovarci di fronte allo stesso debito di oggi ma con una crescita tra le più basse d’Europa». Anche dalla maggioranza iniziano ad arrivare ricette alternative. «Sì, ma ognuno dice la sua in maniera confusa. C’è chi propone l’aumento dell’Iva, chi vuole intervenire sulle pensioni…». Come va cambiata? «L’opposizione farà la sua parte. Bersani ha già avanzato proposte concrete: maggiore tassazione per i fondi illegali all’estero condonati in modo scandaloso; lotta all’evasione fiscale per permettere all’Erario di recuperare miliardi di euro; imposta sulla ricchezza immobiliare fortemente progressiva, tanto più consistente quanto maggiore è il patrimonio di cui si dispone e liberalizzazioni vere che consentano di mobilitare capitali e attivare energie per la crescita». E gli enti locali cosa chiedono? «Abbiamo già presentato le nostre, io stesso l’ho fatto. Chiediamo che lo sblocco delle addizionali fiscali e l’anticipo dell’Imu non siano accompagnate da un taglio che è più del doppio di queste fiscalità locali, quanto meno siano uguali, a saldo zero; che si abroghi la norma introdotta con il Milleproroghe, che riduce dal 2011 al 2013 la possibilità per i comuni di accendere mutui, perché questo penalizza investimenti e opere pubbliche; che ci sia il rinnovo della misura che prevede che tutti i dipendenti pubblici con 40 anni di anzianità vadano in pensione senza deroghe». Il patto di stabilità interna è un’altra spina nel fianco delle amministrazioni locali. Come va modificato? «Non considerando allo stesso modo spesa da investimenti e spesa corrente. Non è la stessa cosa se un Comune è indebitato perché ha costruito la metropolitana, come Torino, o perché ha buttato i soldi dalla finestra, come Catania. Lo Stato, poi, non può conteggiare nel patto di stabilità oneri che un Comune si accolla per conto dello Stato stesso. A Torino paghiamo lo stipendio ogni mese a cento nostri dipendenti distaccati agli uffici giudiziari per garantire il funzionamento della Giustizia. Benissimo, lo faccio, ma non si conteggi nel debito». I costi della politica. Lei da ex parlamentare che dice? «Che è giusto chiedere un contributo di solidarietà più alto ai parlamentari, ridurne il numero, intervenire sulle condizioni di privilegio, ma attenti alla demagogia. Perché non dobbiamo dimenticarci di tutti quegli amministratori locali che ricevono indennità ridicole. Un sindaco di un Comune di centomila abitanti, riceve un’indennità di 2500 euro netti al mese, idem un assessore del Comune di Torino, un milione di abitanti. Perché non parliamo anche di questo?».