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Un messaggio netto che archivia l’asse tra la Cei e Berlusconi

Massimo Franco sul Corriere della Sera del 27/09/2011



N on ha chiesto un passo indietro dal governo, ma da uno stile di vita. Forse per questo ha fatto tanto rumore. Non ha infierito sui guai di Silvio Berlusconi; e tuttavia non li ha nemmeno taciuti, anzi. Le parole usate ieri dal cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Cei sono state equilibrate e nette fino alla brutalità.

Senza sconfinare su terreni impropri, e senza additare soluzioni politiche che non spettano all’episcopato, il presidente dei vescovi italiani ha evocato la questione morale: una realtà che «non è un’invenzione mediatica» né «una debolezza esclusiva di una parte soltanto». E, pur non citando il premier, ha avvertito che «comportamenti licenziosi e relazioni improprie ammorbano l’aria».

Rispetto al gennaio del 2011, quando aveva già preso posizione sulla scia di un altro scandalo che riguardava Berlusconi, la Cei non sembra avere cambiato idea. Bagnasco cerca di rivendicarlo, forse toccato dalle accuse alle gerarchie cattoliche di avere taciuto troppo a lungo sulla vita privata di Berlusconi. Ma nel discorso di ieri si intravedono più durezza e maggiore preoccupazione per la miscela fra deriva culturale e morale dell’Italia, e crisi economica. È quest’intreccio che a suo avviso fiacca pericolosamente «l’immagine del Paese all’esterno». Non aver capito la gravità e la profondità dei problemi ha significato affrontarli in ritardo e male.

L’aria deve essere purificata «perché le nuove generazioni non restino avvelenate». Ma Bagnasco non sembra illudersi che tutto cambierà solo togliendo di mezzo Berlusconi. Certo, il capo del governo ha responsabilità non sminuite né dalle strumentalizzazioni, né dall’«ingente mole di strumenti di indagine» usati dalla magistratura. Ma la sensazione non è quella di una Chiesa all’opposizione; semmai, amareggiata dai comportamenti del premier e dai loro effetti a cascata.

Mentalmente anche per la Cei, attenta agli umori dell’opinione pubblica, il Cavaliere è archiviato. Per questo il centrodestra imputa a Bagnasco una lettura «unilaterale», col rischio di essere strumentalizzato. Ma è un rischio che il capo dei vescovi ha deciso di correre. Il modo in cui parla dei cattolici in politica presenta accenti nuovi: li accredita più uniti di quanto appaia, e destinati ad avere un peso crescente. Non poteva che rimanere senza risposta la domanda sulla possibilità di creare un partito di cattolici. Bagnasco si limita a sottolinearne il ruolo prepolitico, in una transizione lunga e avvelenata.

Nell’invito all’Italia a «non denigrarsi» si coglie però la voglia di contribuire ad una ricucitura basata su una cultura opposta a quella «di un’esistenza facile e gaudente». La denuncia dei «comitati d’affari» che corrompono la democrazia conferma il doppio registro di Bagnasco: crisi politica ed economica tristemente a braccetto, come conseguenze di quella dei valori. Otto righe su quindici pagine sono dedicate anche alle polemiche sulle esenzioni fiscali della Chiesa. «Se abusi si dovessero accertare, siano perseguiti», concede il presidente della Cei. Ma è il resto del suo discorso a pesare politicamente. La conferma è offerta dalla reazione di un centrodestra oscillante fra stizza e stupore.