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Rinnovamento generazionale, Morgando: il PD non è un partito di dinosauri
Intervista al Segretario Regionale Gianfranco Morgando, su La Stampa del 3 aprile 2010 – Maurizio Tropeano
Il tema del rinnovamento generazionale è sicuramente uno di quelli su cui mostriamo lentezza e insufficienze ma devo anche dire che il partito democratico non è un partito di dinosauri». Gianfranco Morgando, segretario regionale, entra nel dibattito sul rapporto tra padri e figli del Pd mettendo in evidenza come in alcuni ruoli chiave del partito ci sono dei quarantenni – «lo dice anche l’onorevole Esposito» – ma questo non basta ed è evidente che «nella scelta delle candidature c’è stato un eccesso di continuismo delle liste provinciali del Pd. Ci sarebbe voluta più generosità da parte degli uscenti».
Segretario, proviamo ad uscire dal politichese?
«È maturo il tempo per un cambio generazionale nella indicazione del candidato sindaco e della squadra di governo. Ne ho parlato con Sergio Chiamparino pochi giorni fa, e ho registrato molte valutazioni convergenti. Concordo con la sua ipotesi di aprire una grande discussione sul programma dei prossimi anni».
Che ruolo dovrebbe avere il Pd?
«Dovrebbe farsi promotore di questa iniziativa che coinvolga forze politiche e sociali e si cimenti anche con la ricerca di candidature per la carica di primo cittadino e per le principali responsabilità amministrative».
Verrebbe da dire parole, parole, parole. In concreto?
«Se dovessi dare un suggerimento al Pd torinese, proporrei di aprire subito una consultazione nelle circoscrizioni e nei circoli per la formazione delle candidature al consiglio comunale. Spero che emergano i tanti giovani preparati che abbiamo nella nostra base e, soprattutto, spero che emergano rose di candidature che non vengano selezionate esclusivamente dal rigido “Cencelli” delle correnti».
Un Pd che riesce a litigare sulle modalità di applicazione della Ru486 e non trova una posizione unitaria contro il governatore Cota può essere credibile per dialogare con alleati e i giovani?
«Ho sofferto molto per il dibattito sulle questioni etiche che si è incuneato nella vicenda politica delle elezioni regionali, e so che un Pd che non sappia essere interlocutore contemporaneamente della difesa della laicità dello Stato e del rilievo pubblico della ispirazione religiosa non ha futuro».
Appunto, ci spiega il futuro del suo partito? Paolo Montagna il più votato a Moncalieri chiede ai padri di lasciare spazio ai figli. L’onorevole Stefano Esposito arriva a minacciare battaglia se i «vecchi» non si fanno da parte. E’ questa la soluzione?
«Non possiamo ridurre tutto alla questione generazionale. Del dibattito post elezioni la cosa che mi è piaciuta di più è stato il richiamo a tornare ad esprimere nelle istituzioni esponenti dei mondi reali: operai, artigiani, imprenditori. Meno Torino e meno professionismo politico. Non è facile perché siamo trascinati dall’inerzia di un passato ingombrante».
Proposte?
«Il Pd ha circa 300 sedi in Piemonte, ne abbiamo 10 a Torino, siamo presenti in tutti i quartieri popolari. E non abbiamo ancora risolto il problema di come far diventare queste sedi luoghi di vera partecipazione ed iniziativa politica. Su questo punto dobbiamo accelerare. Andiamo avanti in questa direzione. Io farò un passo in più: proporrò di trasferire la sede regionale del partito in periferia. Via dal centro, in spazi da reperire lungo il percorso del tram 4 che meglio di tutti racconta le trasformazioni della città».
Insomma, copiate la Lega?
«No, recuperiamo pezzi della nostra identità. La sfida più grande che ci attende è di costruire un sistema di idee che si contrapponga alla destra e sappia muovere i cuori e le intelligenze. Dobbiamo accelerare il progetto di dare vita a una scuola di formazione del partito che aiuti il dibattito e contribuisca alla qualità delle classi dirigenti».





