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Marcenaro: come aiutiamo l’Iran

Pietro Marcenaro su Europa del 16 luglio 2010

Dopo le elezioni presidenziali del giugno 2009 una durissima repressione ha messo fine alle manifestazioni che, fino alla fine di dicembre, avevano riempito le strade di Teheran, di Isfahan e delle altre città iraniane. Ma non è riuscita a metter fine alla protesta popolare, al movimento verde e alla crisi politica profonda che scuote il paese. Non solo l’opposizione non si è piegata, ma i suoi leader principali – Mousavi, Karrubi e Katami – hanno conquistato nuova autorità morale con un comportamento coraggioso e prudente e anche riesaminando e cambiando nel corso di questa esperienza le posizioni del passato. Essi sono stati testimoni di una versione democratica e non violenta di quella cultura del sacrificio e del martirio così profondamente radicata nella retorica religiosa e nazionalistica dell’Islam sciita.

Allo stesso tempo sarebbe sciocco e superficiale rappresentare l’Iran come un paese nel quale un popolo coralmente desideroso di libertà è tenuto in pugno da un ristretto gruppo di autocrati.
Ci sono diverse linee intorno alle quali si organizzano gli interessi, i blocchi sociali e l’organizzazione del consenso: riguardano la struttura dell’economia e i meccanismi di distribuzione del reddito e delle risorse e, come è noto, i pasdaran non sono semplicemente un corpo militare. Ma alla radice della crisi vi è soprattutto una domanda di libertà della parte più moderna, giovane e colta del paese e in primo luogo dalle donne. Questa domanda si scontra con posizioni conservatrici estese dando origine a un conflitto, anche molto duro, che arriva dentro le case e le famiglie e divide i padri dai figli, i fratelli dalle sorelle. In tanti altri paesi e in tanti altri popoli – quello ebraico ad esempio – abbiamo assistito a questo conflitto tra tradizione e modernità. E sappiamo che è un conflitto che necessita del tempo e dello spazio per trovare le proprie soluzioni. Quando uno stato, invece di aiutarlo a evolvere e a trovare i propri sbocchi, pretende di risolverlo buttando su un piatto della bilancia la propria autorità, stabilendo cosa è lecito e cosa è vietato e mettendo polizia e tribunali al servizio della propria verità, diventa responsabile della sua degenerazione e della violenza. È quello che è successo in Iran non dopo il giugno 2009 ma forse da trent’anni prima, con la rivoluzione khomeinista del 1979. Su questo si è costruito un sistema di potere. L’unico tentativo, quello della presidenza Khatami, di modificare questa situazione è fallito per la debolezza dei suoi protagonisti.
La svolta autoritaria maturata con la guida di Khamenei e la presidenza di Ahmadinejad conclusa in occasione delle elezioni è diretta a difendere questo status quo e il sistema di potere che su esso si regge e a impedire un risultato politico che avrebbe portato necessariamente verso una fase di profonde riforme o – per usare il nostro linguaggio – a una nuova fase costituente.
Su queste riforme anche nell’opposizione ci sono punti di vista diversi. C’è chi pensa che esse possano avvenire dentro i confini della repubblica islamica – il velayat el faqui – e chi pensa che sia necessario fuoriuscirne. Ma quello che è sempre più chiaro è che è solo in un quadro che riconquisti la possibilità del dialogo, del confronto, del negoziato tra tutte le forze – Khamenei e Ahmadinejad compresi – libertà e democrazia potranno trovare il tempo e lo spazio di cui hanno bisogno per crescere ed affermarsi. Per questo è così importante rompere la spirale di violenza, chiedere alle autorità iraniane di riconoscere la natura politica della crisi che scuote l’Iran, di cessare la repressione, di liberare le migliaia di persone detenute e di aprirsi al dialogo e al confronto.
Anche questo – oltre che le ragioni di principio della lotta contro la pena capitale – è il senso dell’appello che è partito dalla commissione diritti umani del senato (e che è stato sottoscritto tra gli altri da personalità di primo piano della cultura e della opposizione democratica iraniana) per chiedere che la condanna a morte comminata la scorsa settimana da una corte militare a tre carcerieri di Kahrizak responsabili della tortura e dell’omicidio di giovani studenti arrestati nel corso delle proteste e delle manifestazioni sia trasformata in un’altra pena.
Nelle settimane scorse Shirin Ebadi ha continuato a ripetere a Stati Uniti e Europa: non siete convinti che anche ai fini della pace e della sicurezza la questione della democrazia non sia meno importante di quella nucleare? Se si vuole rispondere positivamente a questa domanda è l’insieme dell’impostazione del confronto con l’Iran che va verificato e riesaminato in questa luce.