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Marchionne, i nostri no
Cesare Damiano su Europa del 29 luglio 2010
L’incontro tra i vertici della Fiat con governo e sindacato, avvenuto ieri a Torino, è l’avvio di un confronto cruciale che mette in discussione, insieme al futuro dello stabilimento di Mirafiori, il ruolo dell’industria dell’auto in Italia e il modello di relazioni sindacali. Servono impegni forti da parte di tutti i soggetti coinvolti: azienda, sindacato e governo, ed occorrono risposte precise.
Questa volta non basta un impegno generico a mantenere in attività qualche linea produttiva a Mirafiori, né una vaga affermazione di disponibilità al dialogo. Non basta neppure la presenza, in rappresentanza del governo, del ministro del lavoro Sacconi. Non soltanto per il suo oltranzismo nel cercare di dividere, anziché unire, il sindacato, ma perché occorre un coinvolgimento del governo nella sua collegialità: la questione non può essere ricondotta al tema degli ammortizzatori sociali, quando in gioco c’è la politica industriale di un settore strategico per il paese e quando occorrono risorse per sostenere l’innovazione. Ci auguriamo che la promessa di un nuovo ministro dello sviluppo economico, fatta da Silvio Berlusconi, non rimanga una sorta di bolla mediatica, ma diventi rapidamente una realtà concreta di cui,peraltro, il paese ha bisogno in un momento di crisi così acuta.
In queste settimane la Fiat ha compiuto tre atti fondamentali.
Ha sottoscritto (senza la Fiom) un accordo per trasferire a Pomigliano la produzione della Panda, che adotta soluzioni discutibili su alcuni temi fondamentali come l’assenteismo e il diritto di sciopero; ha annunciato di voler trasferire in Serbia, nello stabilimento di Kragujevac, l’allestimento del nuovo monovolume “L0”, che il piano industriale presentato ad aprile destinava a Mirafiori; ha deliberato la separazione del settore auto dalle altre attività del gruppo.
Non si tratta, in quest’ultimo caso, di una semplice operazione d’ingegneria finanziaria. Si potrebbe pensare che lo spin off possa essere un’azione propedeutica per un’eventuale cessione del settore auto a chi, una volta compiuta la fusione con Chrysler, avesse interesse ad acquistarlo.
Non vogliamo fare un processo alle intenzioni ma, anche con questo esempio, sottolineare l’importanza della discussione in corso e gli elementi di scelta strategica che essa contiene.
Per questo abbiamo insistito perché all’incontro fosse presente il governo anche con il nuovo ministro delle attività produttive e con la partecipazione di tutte le organizzazioni sindacali.
La sfida che si apre deve spingere la politica e le parti sociali ad affrontare di petto il nodo della competitività nell’economia globalizzata, sapendo che ciò significa anche mettere sul tavolo il tema del modello contrattuale.
La costituzione della nuova società dell’auto, da parte della Fiat, comporta il licenziamento e le riassunzione dei lavoratori di Pomigliano con un contratto “su misura”. È una strada che non condividiamo e riteniamo opportuno suggerire possibili alternative.
Se si vuole affrontare il tema della competitività, si possono ricavare all’interno del contratto nazionale dei metalmeccanici specifiche modalità contrattuali che affrontino i temi dei turni, dello straordinario e dell’organizzazione del lavoro. Ci rendiamo perfettamente conto che un contratto plurisettoriale dei metalmeccanici, che coinvolge circa due milioni di lavoratori, ha bisogno di avere sulla competitività risposte ad hoc, se si vuole affrontare adeguatamente la sfida della globalizzazione.
Ma la strada non può essere quella della distruzione dell’attuale modello di contrattazione





