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Merlo: “Nuovo Ulivo e partito unico”
Giorgio Merlo su Europa del 18 settembre 2010
Il dibattito, serrato, che si è aperto in questi giorni nel Pd non cancella il cuore della vera contesa politica che resta il profilo culturale del partito da un lato e la costruzione di una seria politica delle alleanze dall’altro.
Certo, due elementi che richiedono, se possibile, una forte unità del partito e la consapevolezza che senza un obiettivo comune difficilmente si può essere credibili come alternativa politica a Berlusconi e al centrodestra. E questo non riguarda solo l’iniziativa di Veltroni, la divisione dei Popolari, la cosiddetta autosufficienza della maggioranza di partito. Attiene, semmai, alla prospettiva di un progetto che può consolidarsi o andare in frantumi se non è in grado di governare i processi politici in corso e il progetto del Nuovo Ulivo, allora, è un tema che richiede una riflessione adeguata e un vero confronto nel partito.
Se vogliamo essere chiari sino in fondo, il progetto del Pd non può nè riproporre il caravanserraglio dell’Unione da un lato né trasformare il Pd in un semplice contenitore della sinistra post comunista e vagamente riformista dall’altro. Archiviata la polemica sull’ingresso – innaturale e ridicolo – di esponenti di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani nelle future liste elettorali del Pd, è anche bene sottolineare che il progetto di un partito riformista come il Pd non si può ridurre ad una banale sommatoria di tutto ciò che trasuda antiberlusconismo e antagonismo sociale. Ma che prospettiva è quella di un partito che mette nello stesso contenitore gli alfieri del giustizialismo forcaiolo con i nostalgici del comunismo cubano, i pasdaran del riformismo sociale con i difensori più incalliti della conservazione? È una domanda legittima a cui dobbiamo dare una risposta politica senza continuare ad evocare la necessità di creare una coalizione raccogliticcia e posticcia, poco credibile e anche poco praticabile. E, accanto a questa considerazione politica sui confini della nuova coalizione, il Nuovo Ulivo deve anche rispondere all’altra domanda, altrettanto decisiva per consolidare il profilo politico e culturale del Partito democratico. E cioè, il Pd non può trasformarsi progressivamente nell’asse portante della sinistra italiana che pianifica una alleanza strategica con chi organizza il “centro” per creare una vera alternativa alla destra e a Berlusconi. Abbiamo sempre detto che il Pd è un partito di centrosinistra senza trattino, e cioè che ha l’ambizione di rappresentare al suo interno più culture politiche senza appaltare la rappresentanza del centro ad altri partiti e ad altre formazioni politiche. Se così non fosse, cesserebbe d’incanto la ragione fondativa dello stesso Pd che non aveva tra le sue premesse la prosecuzione, seppur in forma aggiornata e corretta, della storia della sinistra italiana.
Attorno a questo tema non si gioca una partita qualunque. Perché attorno alla rappresentanza politica, sociale, e culturale del cosiddetto “centro” il Pd gioca la partita decisiva per garantire una vera novità nella geografia politica italiana. Del resto, la tradizione degli indipendenti di sinistra, meglio se cattolici, è del tutto estranea alla esperienza e alla storia del centro moderato nel nostro paese. Anzi, rappresenta nient’altro che un tassello della storia della sinistra italiana che vedeva nei cattolici e nei moderati un’esperienza importante ma del tutto ininfluente ed irrilevante ai fini della costruzione del progetto politico.
Insomma, il Nuovo Ulivo non può essere la ripetizione dell’eterno passato né la consacrazione di una esperienza politica che contiene già al suo interno la rassegnazione a monopolizzare tutto ciò che è stabilmente all’opposizione. La sfida, e il progetto, del Partito democratico sono molto più ambiziosi. Credo sia giunto il momento, quindi, di fare un salto di qualità. Politica e progettuale. Attorno all’Ulivo, come tutti sappiamo, entrano in campo anche sensibilità ed emozioni mai sopite. Ma il progetto dell’Ulivo, o meglio del Nuovo Ulivo, non potrà mai essere un espediente per tornare indietro rispetto all’esperienza che abbiamo messo in campo con la nascita del Partito democratico.
E l’unità del partito, sul versante del progetto e delle alleanze, è la precondizione necessaria. E questo a di là della dialettica interna era e resta un elemento di vivacità e di freschezza democratica.





