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Merlo: AreaDem, la chance della separazione consensuale

Giorgio Merlo su Europa del 6 ottobre 2010

La separazione, seppur consensuale, tra la ex minoranza del Partito democratico può essere un elemento che, tutto sommato, può giovare al rilancio del partito e del suo progetto politico. Del resto, da tempo molti sostenevano la necessità di superare definitivamente gli equilibri congressuali e dar vita ad una nuova fase politica nel partito. E il dibattito all’interno di Area Democratica ha evidenziato, al di là del metodo scelto della raccolta delle firme attorno ad un documento, alcune differenze politiche che tuttavia non incrinano affatto il ruolo e la funzione del Pd nell’attuale geografia politica italiana.


Ora, credo che sono almeno tre gli elementi politici che vanno evidenziati dopo il dibattito che ha portato a una divaricazione all’interno di Area democratica. Innanzitutto è una fase che richiede una forte unità del partito, al di là delle legittime e doverose distinzioni che caratterizzano e segnano da sempre la “pluralità” del Pd. Una indicazione sottolineata dallo stesso Veltroni, seppur dopo alcuni giorni di pesanti attacchi alla segreteria e alla linea del partito, arrivando a dipingerlo come un soggetto “senza bussola”. Ma dopo ripetuti attacchi, lo stesso intervento di Veltroni in direzione nazionale e in alcune trasmissioni tv hanno raddrizzato il tiro e contribuito, seppur indirettamente, a rafforzare la prospettiva del Pd.
Al riguardo, credo che si possa e si debba escludere del tutto la tesi che il protagonismo di Veltroni e il “movimento democratico” a cui ha dato vita siano riconducibili esclusivamente a un problema di rapporti personali irrisolti o a una voglia di riscatto dopo la frettolosa ed immotivata fuga dalla segreteria di due anni fa. No, probabilmente dietro a questa scelta c’è un disegno politico che va discusso e affrontato senza reticenze e senza ipocrisia e la dialettica che si è innescata nel partito può essere anche salutare e proficua. A una condizione, però: e cioè che l’unità del partito, soprattutto in una fase ancora delicata per la stessa costruzione del Pd, non venga minata alla base da un ritorno al protagonismo personale o di corrente.
In secondo luogo va definito il progetto politico del Pd senza soffermarsi solo alle alleanze e alla questione della leadership. Non si può vivere solo di alleanze e di come costruire il prossimo candidato a leader della coalizione. Su questo versante credo sia necessario anche rivedere la cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Pd. Una tesi, questa, che ha fatto da sfondo alla strategia veltroniana e che oggi, forse, richiede un salto di qualità in vista della prossima competizione con lo schieramento di centrodestra.
Una competizione che richiede, comunque, una maggior e miglior definizione dell’identità e del progetto del Pd. Un partito che non potrà limitarsi a rincorrere la spinta giustizialista o forcaiola o moralistica che caratterizza ancora troppi settori contigui al Pd né, d’altro canto, potrà assecondare la spinta a una progressiva deriva a sinistra del partito. Il “disagio” che ancora troppi provano all’interno del partito non può essere un fatto fisiologico e normale; va affrontato e rimosso al più presto per evitare che si trasformi in sacca di indifferenza e poi di progressivo abbandono del partito stesso. E se si vuole far rientrare questa disillusione, insidiosa e sempre latente, serve uno scatto e una inversione di rotta nella stessa gestione quotidiana del partito. Su questo versante il documento di Veltroni è certamente interessante e non reticente.
Infine la “pluralità” del partito e nel partito. Se l’iniziativa di Veltroni rischia di riproporre una sostanziale regressione identitaria dove le varie sensibilità si ripropongono in compartimenti stagni, Area democratica deve continuare a esprimere una posizione politica capace di far convergere nella stessa proposta le varie sensibilità culturali presenti all’interno del Pd. Una sfida che era nata con Area democratica e che deve restare un elemento costitutivo di tutto il partito se non vuol trasformarsi in un freno sulla strada del cosiddetto “meticciato” che ha caratterizzato sin dall’inizio il percorso politico del Partito democratico.
Insomma, la separazione all’interno di Area democratica è destinata, forse, a cambiare in profondità lo stesso confronto politico all’interno del Pd. Documenti come quello dei cosiddetti “giovani turchi” che ripropongono francamente tesi e riflessioni che pensavamo fossero ormai archiviati nella pur giovane storia del Pd, probabilmente saranno destinati a cambiare in profondità anche grazie al contributo che può arrivare dall’esperienza di Area democratica.
Se così sarà, la separazione consensuale che si è verificata all’interno di questa aggregazione interna al Pd sarà stata feconda e proficua per la stessa prospettiva politica e culturale del Pd. Se così non sarà, allora la storia ci dirà che si è trattato di un semplice posizionamento personale dettato dall’intramontabile tatticismo che domina, purtroppo, le recenti vicende della politica italiana. Pd compreso.