Fassino: “Voglio una Torino che sia innovativa e fraterna”
Intervista a Piero Fassino su La Stampa del 19/12/2010
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«Non sono uno da scrivanie, andrò in mezzo alla gente»
«Io vecchio? Ho un anno meno di Chiamparino e quattro più di Profumo. Credo che andrebbe colto che c’è qualcosa di etico e morale nel voler restituire alla mia città, da dove sono partito, l’esperienza accumulata nel corso della mia vita personale e politica». Piero Fassino ha sciolto da poche ore la sua riserva davanti all’assemblea provinciale del partito democratico: «Sono disponibile a correre per le primarie del Pd». Una scelta meditata «perché fare il sindaco ti cambia la vita», ma anche perché è senza rete di protezione. La corsa non sarà una passeggiata. La concorrenza in casa democratica è folta. Ma adesso che il dato è tratto non nasconde l’entusiasmo per aver rimesso «lo zaino in spalla» ed essere «tornato in prima linea». E se mai diventerà sindaco dice che sarà sempre al fronte: «Sono poco abituato alle scrivanie, e poi per capire le cose bisogna andare a vederle».
Andiamo a vedere le cose. Ieri mattina davanti a Mirafiori la Fiom e le forze della sinistra hanno protestato contro Marchionne. Piero Fassino con chi sta?
«Chi si candida a sindaco non può essere un tifoso. Il compito di un sindaco è creare le condizioni per evitare l’incomunicabilità tra le parti e favorire percorsi che rendano possibili le intese. A Mirafiori gli spazi ci sono. Negli anni passati, proprio nel torinese, sono state inventate e sperimentate forme di organizzazione del lavoro per salvaguardare il tessile o il siderurgico».
Che cosa vuol dire sperimentare?
«I diritti fondamentali devono essere salvaguardati, ma ogni condizione acquisita non è di per sé un diritto. Un lavoro che non metta a rischio la salute è un diritto mentre un diverso regime dei turni, delle pause o della mensa è una condizione di fatto che può variare».
Sei anni fa gli enti locali hanno garantito il riutilizzo di un’area di Mirafiori. Se fosse necessario è pronto a ripetere quell’operazione?
«Certamente. Anzi dovremo continuare a riqualificare le aree industriali dismesse, così come fatto nel corso di questi anni, sia dal punto di vista urbanistico sia per le opportunità di rilocalizzazione produttiva avviate in collaborazione con il Politecnico e l’Università».
In questi anni la leva urbanistica è servita al Comune anche per fare cassa. Come affronterà il tema dell’indebitamento della città?
«Il debito nasce anche dai tagli del ministro Tremonti che hanno costretto la città a farsi carico di investimenti cui lo Stato avrebbe dovuto contribuire come nel caso del completamento della metropolitana. A livello locale credo si possano percorrere nuove strade a partire dalla valorizzazione dell’ampio patrimonio che la città ha nelle sue municipalizzate».
Dunque: vendere parte delle azioni per fare cassa?
«La questione deve essere affrontata in modo pragmatico, senza ideologia. Le quote di proprietà devono essere detenute in funzione degli obiettivi di governance municipale. Ciò che può essere alienato senza compromettere la governance si può fare».
Anche per quanto riguarda l’acqua?
«Credo che si possa partire dalle altre municipalizzate. In ogni caso un comune può ben rinunciare ad una parte delle proprie azioni se questo serve a ridurre l’indebitamento, a finanziare investimenti e a garantire asili, assistenza domiciliare e servizi per le famiglie».
È questa la sola strada per finanziare il welfare?
«No. Torino deve continuare a essere Capitale, così come lo è stata in questi 150 anni. Torino capitale dell’innovazione: sono sicuramente da recuperare le idee del rettore Francesco Profumo, che si è detto disponibile a collaborare alla stesura del mio programma. E Torino capitale della fraternità. In questa visione i frutti dell’innovazione vanno redistribuiti e l’area dei servizi sociali potenziata».
Resta il problema dei soldi…
«Io penso alla costruzione di una rete sociale contro la solitudine che, come diceva Madre Teresa di Calcutta, è “la miseria delle nazioni ricche”. Il problema è rompere la solitudine e per farlo si deve investire sul volontariato. L’età media si allunga e dopo la pensione ci sono almeno venti anni di vita attiva. Io penso a una compartecipazione dei cittadini a una grande azione di “servizio civico” che utilizzi il patrimonio di esperienza e di competenza di tante persone per il bene comune: nei musei, nelle scuole materne, nei servizi sociali e nelle comunità di assistenza».
Se diventerà sindaco come si comporterà con le fondazioni bancarie?
«La loro richiesta di compartecipare alle scelte strategiche, a fronte di investimenti economici, è legittima. Penso a una grande patto per lo sviluppo che coinvolga fondazioni bancarie, Università e Politecnico, il mondo delle professioni e gli altri enti locali: è necessario includere a pari titolo anche i comuni della cintura perché io credo in un’idea metropolitana della crescita».





