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Merlo: Guardare a sinistra non è vincente

Giorgio Merlo su Europa del 9 dicembre 2010

Il decollo del “grande centro” può mettere in discussione il progetto politico e la tenuta elettorale del Partito democratico? La domanda non è peregrina se è vero, com’è vero, che si moltiplicano le tensioni e le preoccupazioni attorno ad un possibile rimescolamento delle carte dopo la crisi progressiva ed irreversibile del berlusconismo. Ora, il problema non è banalmente riconducibile al protagonismo mediatico del Terzo polo o all’attivismo politico del leader dell’Udc Casini.
Semplicemente si tratta di sciogliere due nodi, uno politico e l’altro organizzativo, che rischiano – se non chiariti – di creare zone d’ombra e margini di ambiguità forieri di possibili fughe o più comprensibili disillusioni. Innanzitutto c’è un nodo politico. Le tesi di Latorre – e cioè spazio libero nel Pd a Vendola, e forse domani a Ferrero e Diliberto – non possono diventare egemoniche nel Pd. Se così fosse, sarebbe lo stesso Pd a finire anzitempo, limitandosi a diventare una semplice e banale variante della storia della sinistra italiana.
Una sorta di Pci bonsai dove la tanto declamata “pluralità” si ridurrebbe a nulla più di un orpello ornamentale e del tutto irrilevante nella definizione dell’identità del Pd. Ma, al di là di Latorre, quello che va chiarito una volta per tutte è che il Pd non può e non deve appaltare la rappresentanza del cosiddetto “centro” ad altri partiti e ad altri esponenti politici. Tutti sanno, la storia non inventa mai nulla, che in Italia si vince al centro. Cioè, vince le elezioni la coalizione e i partiti che sanno interpretare al meglio le domande e le istanze che provengono da quei mondi vitali. La Dc prima, Berlusconi e il centrodestra dopo in attesa del nuovo polo capace di intercettare, in forma aggiornata e rivista, la nuova rappresentanza moderata nel nostro paese. Attorno a questa sfida si gioca la partita politica italiana e la dinamica tra i vari partiti. Ma c’è veramente qualcuno nel Pd che pensa che la partita si possa vincere con una alleanza politica con i Ferrero e i Diliberto di turno, magari con l’aggiunta dei forcaioli forsennati e il movimento di Grillo? C’è veramente qualcuno nel Pd che pensa che un soggetto riformista è forte se ingloba al suo interno questo caravanserraglio ideologico e nostalgico? Con tutto il rispetto per i Latorre, chi persegue questo disegno, peraltro legittimo, punta ad un solo obiettivo: e cioè ricostruire un grande – si fa per dire – partito della sinistra italiana destinato a presidiare saldamente il campo dell’opposizione politica, sociale e culturale nel nostro paese. È questo il disegno a cui puntano alcuni ex ds nel Pd? Se così fosse, è bene dirlo con chiarezza e trasparenza. Si chiude la pagina – ambiziosa e carica di cambiamento – del Pd per riportare indietro le lancette della storia ad una stagione sempre uguale a stessa. Un nodo che va sciolto, però. Perché il polo di centro può attecchire solo dalle contraddizioni e dalle ambiguità di prospettiva del Pd.
E poi c’è un secondo elemento, di natura organizzativa, che va chiarito senza equivoci e senza tentennamenti. Di natura organizzativa sì, ma con una forte valenza politica. Mi riferisco a tutto ciò che è riconducibile al cosiddetto “nuovismo”. Primarie a colazione, pranzo e cena; rottamatori dietro ogni angolo; infinite discussioni sulle regole, sulla interpretazione dello statuto, sui codicilli; polemiche interne basate esclusivamente sulla volontà di “cacciare” la classe dirigente di turno. Insomma, se queste tesi diventano sostanzialmente la discussione prevalente all’interno del partito, non c’è da stupirsi se poi nella periferia crescono le micro scissioni. Ma chi resta in un partito dove ci sono settori che spingono affinché te ne vada? Come è possibile creare un clima di rispetto e costruttivo quando ci sono mozioni e iniziative che hanno come unico obiettivo quello di “rottamare” le persone all’interno del partito? Certo, è poco consolante sapere che nella politica italiana solo il Pd è attraversato da questa demenzialità politica. Ma se questi nodi non vengono al pettine e, soprattutto, se non vengono affrontati con determinazione e coerenza aumenteranno le persone che non sentiranno più il Pd come la vera casa dei riformisti. Quando una persona, chiunque esso sia, percepisce che la sua esperienza, la sua storia, la sua biografia comincia ad essere semplicemente tollerata se non fastidiosa all’interno di un partito, è facile capire che prima o poi se ne andrà. Anche se, come ricordavo poc’anzi, solo nel Pd campeggiano queste strane regole che rischiano ormai di essere sempre più un inciampo che non un’opportunità, il capitolo organizzativo non può più essere appaltato al solo statuto.
Attorno alle regole, infatti, si consuma uno scontro politico che una dirigenza seria e credibile non può non affrontare definitivamente o rinviare alle calende greche. Insomma, ora il Pd deve sciogliere alcuni nodi decisivi. La sua prospettiva politica e la sua tenuta elettorale dipenderanno sempre più dalle risposte che saprà dare a queste domande. Speriamo che non vengano relegate ad ordinaria amministrazione, pena prendere atto tardivamente che uomini e voti si sposteranno definitivamente altrove.