Torino, come evitare la guerra per correnti
Giorgio Merlo su Europa del 1/12/2010
Torino, come tutti sanno, è tra la città del Nord – se non l’unica città – dove il centrosinistra gode di un vantaggio elettorale considerevole e un indubbio radicamento politico, culturale e sociale. Frutto di un antico insediamento della sinistra e anche, soprattutto, della capacità della classe dirigente che l’ha governata in questi ultimi lustri.
Ma le prossime elezioni comunali – dopo la nascita del Pd e l’irrompere delle primarie – assumono una valenza diversa e del tutto particolare.Ora, al di là delle ultime vicende legate alla candidatura a sindaco, e poi al ritiro, del rettore del Politecnico di Torino Profumo, è indubbio che la scelta del candidato a primo cittadino del capoluogo subalpino rischia, questa volta, di trasformarsi in un gioco pericoloso se non in uno spettacolo inguardabile.
Fuor di metafora, nessuno mette in discussione lo strumento delle primarie – del resto previste dallo statuto – né la sana competizione all’interno del partito. Ma, al di là se le primarie saranno di partito o di coalizione – elemento interessante solo per gli addetti ai lavori – quello che va evitato, a mio modesto giudizio, è di trasformare il recente risultato delle primarie milanesi in un modello da copiare e da seguire. E cioè, per riassumere, scarsa partecipazione al voto, competizione selvaggia all’interno del Pd e vittoria, da copione, di un esponente di un partito della sinistra antagonista. È questa la via maestra per scegliere il futuro sindaco di Torino?
Gli ultimi fatti direbbero di sì. E cioè, una guerra per bande – pardon, per correnti – all’interno del partito, una moltiplicazione di autocandidature legate ai legittimi interessi di corrente; una immagine sufficientemente devastata del maggior partito della coalizione, cioè il Pd; e la concreta possibilità di consegnare la vittoria ad un esponente della sinistra vendoliana.
Qualcuno dice: chi osa, seppur lontanamente, mettere in discussione il “dogma” della primarie viola i deliberata del partito, attenta alla volontà popolare e vuole riproporre i vecchi metodi della politica tradizionale. E cioè, decidere la candidatura nelle stanze romane o in un conclave dei capi bastone.
Ora, per non sentire le accuse dei “nuovisti” di turno e degli eterni rinnovatori, c’è forse un metodo che potrebbe sostituire le legittime ambizioni delle svariate autocandidature. La strada potrebbe essere quella di individuare un candidato autorevole, competente, radicato in città e conosciuto dalla società torinese e piemontese e, attorno a quella candidatura, costruire le condizioni e una squadra di governo.
Certo, il tutto condito e accompagnato dalle primarie, che si trasformerebbero da guerra del tutti contro tutti con inevitabili strascichi polemici, personali e politici, in un momento di vero ed autentico confronto politico e coinvolgimento popolare pre-elettorale.
Non so, allo stato dei fatti, se prevarrà questo metodo o se verrà seguito il “lodo milanese”, con tutte le conseguenze del caso. Al riguardo, e in ultimo, vorrei solo ricordare che un gruppo dirigente di partito è autorevole non solo quando applica in modo protocollare e burocratico lo statuto. A volte, è più autorevole se riesce a costruire un percorso politico – seppur senza strappi e arroganze centrali – capace di far convergere buona parte del partito attorno ad una candidatura condivisa.
Se ci riesce, bene. Se questo obiettivo non sarà possibile raggiungerlo, l’esito in parte già lo conosciamo. L’unica speranza resta quella di ritrovare ancora un Pd forte e qualificato dopo il voto elettorale. Ma la guerra per bande interne non è di buon auspicio per centrare quell’obiettivo.






