Homepage parlamentari news Rassegna stampa democratica
Pd, le ragioni di una fuga
Giorgio Merlo su Europa del 25-03-2011

Il dibattito politico nel nostro paese è attraversato da tali e tanti problemi – con i ben noti e drammatici avvenimenti internazionali – che quasi non pare vero assistere alla ennesima polemica interna al Partito democratico con una nuova piccola ondata di abbandoni e di allontanamenti. Un tema, questo, che continua a rendere incerto e balbettante il profilo politico e culturale del Pd, anche se i casi di questi ultimi giorni non vanno certamente ingigantiti. Certo, sarebbe anche un atteggiamento debole ed irresponsabile quello che porta a dire che «meno siamo e meglio stiamo» ma è indubbio che questi ripetuti “casi” denotano un malessere che prima o poi va affrontato di petto e risolto definitivamente. Almeno a livello politico.Sono due, fondamentalmente, i punti che vanno chiariti nel Pd per evitare che questi continui strappi trasmettano un segnale di indebolimento del partito da un lato o solo di piccoli gesti trasformistici dall’altro. Innanzitutto il capitolo della “pluralità” all’interno del Pd. Tutti sappiamo che il Pd è decollato all’insegna del meticciato, cioè della necessità di superare le vecchie appartenenze politiche per riconoscersi in un progetto politico che vedeva la partecipazione attiva e feconda delle migliori culture politiche riformiste del nostro paese, a cominciare dal patrimonio della sinistra post comunista e socialdemocratica a quella del cattolicesimo democratico e del popolarismo di ispirazione cristiana. Una pluralità che resta il postulato essenziale per poter proseguire il cammino politico inaugurato con la segreteria di Veltroni nel 2007. Se dovessero venir meno questo metodo e questa specificità, sarebbe abbastanza naturale registrare la sostanziale sconfitta del progetto originario del Pd. Certo, la tesi dei Latorre di turno – e cioè quella di fare del Pd un “grande partito della sinistra italiana” – è del tutto strampalata e da battere senza alcun tentennamento. Se dovesse prevalere quella tesi, che comunque nel Pd non è affatto isolata, dovremmo prendere amaramente atto di una mutazione genetica del partito con la trasformazione del Pd in un semplice prolungamento della storia della sinistra italiana. Ovvero, una ennesima tappa del glorioso percorso inaugurato del secondo dopoguerra dal Pci.
Certo, un’esperienza politica del tutto diversa dalle vecchie appartenenze ma, se paragonata al contesto attuale, avrebbe il limite di riproporre quello scenario: e cioè, un grande partito popolare e di massa destinato a presidiare saldamente il campo dell’opposizione politica e parlamentare accompagnato dal noto slogan: nessun nemico a sinistra. No, non è questa la prospettiva del Pd né un disegno simile sarà possibile perseguirlo, pena lo snaturamento complessivo dello stesso impianto culturale ed ideale del Pd.
Ma allora il compito di salvaguardare la “pluralità” del partito è essenziale per chiunque diriga momentaneamente il Pd. E questo avviene a livello nazionale come a livello locale. Certo, ci sono anche gli incarichi e le responsabilità dirigenziali che giustificano questa considerazione. Quando si rivestono incarichi prestigiosi nei gruppi parlamentari, o locali, e nella nomenklatura di partito a tutti i livelli diventa francamente inconsistente l’accusa che c’è qualcuno che prevarica o che tende ad egemonizzare la guida politica dell’intero partito. Qui si misura anche la forza dei gruppi dirigenti, nel caso specifico di quelli che provengono dalla esperienza della ex Margherita, di saper sventare un disegno politico che può farsi risucchiare dalla nostalgia del passato o dalla volontà di imporre regole e metodi estranei ad un partito che non sia la semplice prosecuzione dei Ds. E su questo versante si può certamente aprire un dibattito e un confronto nel partito ma non si può vivere all’insegna del vittimismo e della continua “persecuzione” da parte di alcune componenti, e cioè di quelli che provengono dal campo variegato e articolato della sinistra.
In secondo luogo andrà, prima o poi, definitivamente ripensato ciò che intendiamo per “centro”. Certo, molto se non tutto, dipende sempre dal sistema elettorale che ci troviamo di fronte. Ma, per dirla con Donat-Cattin, allo “stato dei fatti” il sistema elettorale non cambia e la logica bipolare, con o senza Berlusconi, continua ad essere la stella polare che illumina o orienta la dialettica politica italiana. Cosa significa, dunque, dar vita ad una ipotesi di “centro” alternativa tanto al centrodestra quanto al centrosinistra? Se così fosse, significherebbe mettere drasticamente in discussione la funzione del Pd relegandolo a svolgere un ruolo di partito della sinistra italiana incapace, di fatto, di costruire una coalizione di governo. Ma, soprattutto, verrebbero a cadere uno a uno gli stessi motivi fondativi che hanno dato vita a questo partito alcuni anni fa. Dunque, gli amici che, seppur legittimamente, si allontanano definitivamente dal partito già premeditavano questa scelta quando è nato il Pd oppure hanno cambiato la loro posizioni cammin facendo? Delle due l’una: o ci troviamo di fronte a una mutazione genetica del Partito democratico in questi ultimi mesi – attraverso le sue scelte politiche concrete e la gestione Bersani del partito – tale da giustificare un “esodo” di tutti coloro che provengono da un’esperienza politica moderata, o popolare, o liberal democratica o cattolico democratica, oppure si tratta di posizioni individuali, anche se significative, che col passare del tempo sono ritornate alla situazione antecedente al Pd coltivando l’obiettivo di separarsi da chi arriva dalla tradizione culturale della sinistra italiana.
Qualunque sia la ragione, credo sia indispensabile affrontare laicamente la questione politica di fondo. E cioè verificare, non con tempi biblici, se la ragione sociale del Partito democratico continua ad essere quella originaria. Se è così, gli abbandoni e le fughe sarebbero del tutto ingiustificati e anche irresponsabili. Se, invece, il Pd si accontenta con il passare del tempo di presidiare e di rappresentare tutto e solo l’orizzonte progressista allora un problema esiste e va affrontato.





