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Fassino: è bene che la Fiat cresca

Mario Lavia su Europa del 22-04-2011


«Meglio che sia la Fiat ad acquisire la Chrysler che non la Chrysler ad acquisire la Fiat…». Fra una iniziativa elettorale e l’altra, Piero Fassino parla con Europa delle ultime mosse di Sergio Marchionne.
Il candidato sindaco del centrosinistra – va definito ancora così ma la sua è una corsa in discesa – affronta di petto la domanda che tutti si fanno: la famosa “testa” del Lingotto si sta ormai irrimediabilmente spostando negli Stati Uniti? «Io dico che se la Fiat va avanti nel suo programma, questo offre maggiori opportunità di mantenere Torino come centro di direzione. Bisogna essere consapevoli che nel momento in cui ci si è messi sulla strada di realizzare un nuovo gruppo bisogna essere consapevoli che si va incontro ad una sua riorganizzazione strutturale. Sarebbe privo di senso plaudere alla costruzione di un nuovo player pretendendo che tutto rimanesse come prima».
Il progetto-Marchionne dunque va, ed è bene che sia così, «se non ci fosse l’accordo con Chrysler oggi parleremmo di una Fiat in crisi», perché secondo Fassino la verità è che solo l’intesa con l’impresa statunitense garantisce quella presenza sui mercati mondiali che altrimenti sarebbe un’utopia, quei «mercati emergenti, cifre alla mano, che hanno una domanda trainante». Un realismo che si oppone ai dubbi: «Le imprese si organizzano in funzione della loro convenienza» e quindi non serve «chiedere giuramenti a Marchionne» su dove stia il “centro”, Torino o Detroit o altrove. La questione, piuttosto, è dimostrare che «restare a Torino conviene alla Fiat». Già, ma come convincere il numero uno di corso Marconi? «L’Italia è l’unico paese che sta affrontando la crisi senza un piano industriale, di sostegno alle imprese, senza investimenti per la ricerca. E questo non è colpa di Marchionne. Se non c’è una politica industriale, la colpa è del governo. È il governo che deve creare le convenienze perché la Fiat possa restare in Italia. Il problema è che questo ancora non c’è».
Vuol dire esattamente questo incalzare l’uomo col maglioncino blu, «mettere sul piatto quelle cose che il governo finora non ha messo», perché senza contropartite potrà sempre avere un alibi per non trovare economico restare in Italia. Però è un fatto che Marchionne il famoso piano non l’ha presentato a nessuno. Per questo è normale che le preoccupazioni crescano. «Il governo insista perché venga presentato: finora non l’ha fatto. E, secondo, dica cosa intende mettere in campo».
Ma intanto il metodo- Mirafiori fa scuola. Si allarga alla Bertone. Ancora una volta, Marchionne dice: o così o niente. I lavoratori decideranno il 2 maggio, ma è una vertenza complicata, mentre la Fiom fa di nuovo rullare i tamburi, e Torino, ancora una volta, è preoccupata. Fassino spiega: «La Bertone è chiusa da sei anni. Ora bisogna prendere questa decisione: considerarla definitivamente chiusa o riaprirla. Per questo è uno scenario diverso da Mirafiori, dove gli impianti funzionavano».
E l’aut aut del manager italo-svizzero-canadese? «La Bertone non l’ha chiusa Marchionne, che semmai si fa carico di riaprirla. Le condizioni sono certo onerose, ma meno di quanto lo fossero a Mirafori. E se si dice che la priorità è riaprire la fabbrica, dire no a quelle condizioni è contraddittorio».