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La “terza via” tra Blair e socialdemocrazia
Mimmo Carrieri e Cesare Damiano su Europa del 19-05-2011

L’offensiva conservatrice che negli ultimi decenni ha cambiato la società, l’economia e il lavoro non trova ancora da parte della sinistra – in Italia come in Europa – risposte adeguate. È un ritardo gravissimo, che ha consentito alla destra di avere campo libero. Trent’anni di liberismo senza freni hanno determinato una crescita delle diseguaglianze sociali, la caduta dei redditi da lavoro dipendente nell’ambito della distribuzione complessiva del reddito e il venire meno delle politiche redistributive.
Sul piano più strettamente politico questo ritardo ha impedito – e continua a impedire – quel cambiamento di rotta necessario per rilanciare su basi nuove un’economia duramente colpita da una crisi che proprio nel liberismo senza freni e nella cultura del laissez-faire, tanto cari alla destra di ogni paese, ha avuto la propria origine.
Questo ritardo va colmato. Negli ultimi decenni, in Italia come nel resto d’Europa, la sinistra ha sbagliato.
Non ha combattuto con la necessaria determinazione questi processi, né sul piano dei principi né su quello delle politiche, e si è fatta spesso sedurre in modo acritico dalle lusinghe di un neocapitalismo, tutto finanziario, che sembrava essersi appropriato del segreto di re Mida.
Correggere gli errori commessi è indispensabile e non può essere più rinviato a nuove stagioni politiche. Ne va delle prospettive di sviluppo. Della salvaguardia delle regole, la cui frantumazione è ormai in atto in ogni settore della vita civile e politica. Ne va soprattutto del modello di società, basato su equità, giustizia e solidarietà, che affermiamo a parole di voler costruire.
La sinistra italiana e il Partito democratico sono chiamati a svolgere un ruolo decisivo in questa battaglia e devono fare la loro parte, avendo chiaro che per raggiungere gli obiettivi non serve evocare il passato né invocare appartenenze che furono. Le vecchie politiche non possono essere resuscitate. Vanno invece individuati nuovi obiettivi, concreti e condivisi, verso i quali far rotta. L’alternativa, come ha recentemente ricordato il presidente Napolitano citando Antonio Giolitti, deve essere «credibile, affidabile, praticabile». La sinistra deve cioè mostrarsi capace di esercitare l’azione di governo, deve avere un progetto realizzabile e deve saper indicare gli obiettivi da raggiungere e gli ostacoli da superare.
La nostra storia, in questo, ci soccorre.
Il compito originario per cui a fine Ottocento è nata la sinistra – migliorare le condizioni di lavoro e di vita – è sempre all’ordine del giorno. In un’epoca in cui, sotto la spinta della globalizzazione, il lavoro e i lavoratori tendono sempre più a essere considerati come mera appendice delle scelte manageriali (braccio operativo di “padroni” sempre meno identificabili e sempre più esigenti), è più attuale che mai. Questo compito, piuttosto, va ampliato. Modellando proposte e obiettivi sulle esigenze di una società sempre più complessa, nella piena consapevolezza che la nostra azione politica non può che essere la traduzione nei fatti dei principi di libertà, equità, solidarietà e giustizia.
Negli ultimi decenni, a causa di una lettura inadeguata dei problemi e dell’incapacità di dare risposta alle concrete domande di protezione, abbiamo assistito ad un progressivo allontanamento dalla sinistra dei lavoratori più deboli (operai, precari), spesso sedotti dalle sirene della destra populista. Un fenomeno che si è rivelato ancor più evidente nelle regioni economicamente più avanzate, e non solo in Italia. Ora si deve riprendere la rotta.
Lavoro e welfare sono due dei grandi temi che devono tornare al centro dell’azione, e della visione del mondo, della sinistra.
Perché ciò avvenga è necessario che si chiudano le porte tanto alle nostalgie protestatarie del passato quanto alle suggestioni neocapitaliste (causa tra l’altro delle recenti rovine elettorali del New Labour britannico) ancora presenti in vasti settori dello schieramento progressista. Ma nemmeno sono meccanicamente riproponibili le classiche strade battute in passato dalla socialdemocrazia, basate sullo stretto legame tra sindacato, istituzioni e partito. I cambiamenti intervenuti nella società, nel lavoro e nell’impresa non lo permettono più.
In Italia come in Europa, i partiti -– storici e nuovi – della sinistra devono rilanciare l’obiettivo di un nuovo patto per lo sviluppo. Un nuovo patto sociale che, basandosi su un grande e innovativo compromesso tra istituzioni, politica, lavoro e impresa, sappia rispondere alle sfide dell’economia globalizzata come alle domande, sempre più pressanti, di sicurezza e di prospettive di centinaia di milioni di lavoratori e di cittadini.
È questa la strada da imboccare: c’è, oggi più che nel recente passato, la necessità di un nuovo riformismo che abbia nel lavoro e nello stato sociale uno degli assi fondanti. Gli spazi d’azione sono enormi quanto enormi sono i vuoti creati da trent’anni di liberismo.
C’è, per restare all’Italia, da ricostruire l’intero sistema delle relazioni industriali, andato a pezzi con gli accordi Fiat di Mirafiori e Pomigliano e con le intese separate sul rinnovo di tanti contratti. C’è da stabilire una nuova regolazione del lavoro. Vanno combattuti con ogni mezzo precarietà e lavoro nero. Va disegnata una nuova governance delle imprese. Va riformato il modello contrattuale.
Vanno stabilite nuove regole sulla rappresentanza e sulla rappresentatività. Devono essere individuate nuove ragioni di scambio tra capitale e lavoro. Va ripensato il modello delle protezioni sociali. Vanno date certezze sulla tenuta e sul funzionamento del sistema pensionistico.
C’è bisogno di sicurezza e di stabilità. E il lavoro non può essere considerato una variabile dipendente dei processi globali. In questo senso per la sinistra la strada è obbligata.
I recenti esiti delle elezioni amministrative ci indicano che il vento sta cambiando e che il Paese non crede più alle promesse demagogiche e al populismo e pretende che la politica si occupi dei problemi reali dei cittadini.
Non lasciamoci sfuggire questa occasione.





