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Al Nord si è riaperta la partita
Giorgio Merlo su Europa del 03-06-2011

Il risultato delle elezioni amministrative ci consegna un dato politico fortemente innovativo: il blocco sociale e politico del Nord che pareva invincibile scricchiola pericolosamente. E, addirittura, cade sotto i colpi della coalizione di centrosinistra in roccaforti sino ad oggi inespugnabili.
E non parlo solo di Milano, Trieste o di Rho, ma anche e soprattutto di Novara, Gallarate, Domodossola, Trecate, Arcore… Insomma, una debacle che non può passare sotto silenzio e che richiede una attenta lettura e una risposta politica immediata. Anche perché, se si incrina il blocco sociale e politico del Nord cambia inesorabilmente la geografia dell’intera politica italiana.
Era dal ’94, infatti, che ad ogni consultazione – comunale, provinciale, regionale e politica – questo blocco permetteva alla destra, Forza Italia e An prima, Pdl poi, e alla Lega di conquistare seggi e potere da far pesare a livello nazionale.
Chi non ricorda, con il sistema elettorale del Mattarellum, la vittoria in quasi tutti i collegi della camera e del senato del Nord – salvo rarissime eccezioni nel torinese e nel veneziano – del centrodestra? Una vittoria che era figlia di una piena coincidenza tra gli interessi di ampi ceti sociali ed economici di quelle zone e le risposte politiche e le rassicurazioni culturali fornite dal centrodestra berlusconiano. Dopo lo sfaldamento della Dc e il tramonto del pentapartito, un intero popolo si è riconosciuto, per convinzione o per inerzia, nel progetto politico del centrodestra. E così è stato per 17 anni. Piaccia o non piaccia agli esperti sociologi o ai raffinati politologi. Ecco perché la data del 30 maggio 2011 rappresenta una svolta. E questo non solo per la vittoria di molti sindaci del centrosinistra nelle tradizionali roccaforti leghiste e berlusconiane ma perché è cambiato drasticamente il clima culturale e politico liberando energie sino a pochi giorni fa racchiuse nell’involucro di quel blocco sociale.
Ora si tratta di gestire politicamente la nuova fase che si è aperta con il voto di queste amministrative e di far sì che il vento non riprenda a girare al contrario dopo questa straordinaria affermazione elettorale.
Innanzitutto un consenso così massiccio non arriva mai casualmente.
Né può essere giudicato definitivo. Certo, si è trattato di un voto fortemente politico e per nulla riconducibile solo al giudizio delle singole amministrazioni comunali e provinciali.
Non a caso, è stato lo stesso premier a politicizzarle oltremisura trasformandole addirittura in una sorta di referendum sulla propria persona e, quindi, sulla bontà del suo progetto politico e della sua azione di governo. E le promesse non mantenute di Pdl e Lega sono state pesantemente punite dagli elettori che hanno individuato nella ricetta di governo del centrosinistra e nei suoi candidati al vertice delle amministrazioni locali le carte vincenti per invertire la rotta politica del nostro paese.
Ora, si tratta di capitalizzare quella fiducia dando risposte alle attese e alle domande provenienti da quei territori che sono stati “traditi” dalle sirene della destra in questi ultimi anni, fatti di annunci, di slogan, di rissa e di violenza verbale senza, però, mai tradursi in progetti credibili e visibili dalla opinione pubblica del Nord.
In secondo luogo, e con tutto il rispetto del caso per gli alleati di centrosinistra, molto dipende dal ruolo che saprà giocare il Partito democratico nella costruzione dell’alternativa al centrodestra berlusconiano.
È indubbio che ci vuole un partito motore dell’alleanza riformista alternativa al berlusconismo.
E questo partito non può che essere il Pd. Un partito che deve essere in grado di dare un profilo moderato e progressista alla coalizione seppur con l’aiuto e il contributo determinanti di altre forze politiche riconducibili al programma del centrosinistra. Ma il perno dell’alleanza deve essere rappresentato da un partito che non “spaventa” gli elettori con proclami e pronunciamenti che rischiano, se estremizzati, di riconsegnare un consenso significativo a forze e movimenti che nel dopo Berlusconi può ritrovare smalto e vigore. Non è, certamente, la sinistra antagonista o radicale che può giocare questo ruolo, anche se va dato atto a Pisapia di aver saputo conquistare un consenso trasversale e fortemente interclassista. Ma il ruolo politico di un grande partito come il Pd può essere, adesso, decisivo per stabilizzare un consenso che per lunghi 17 anni volgeva altrove il suo sguardo.
In ultimo, il peso dei neoeletti.
La politica, come ben sappiamo, si è fortemente personalizzata.
E il sindaco di Milano, come quello di Torino o di Trieste, può svolgere un ruolo altrettanto decisivo nell’orientare una pubblica opinione alla ricerca di solidi e credibili punti di riferimento personali, oltreché politici. Ora, senza appaltare il nostro futuro e la rappresentanza di un’area territoriale vasta e composita come il Nord nelle mani di poche persone, è indubbio che la credibilità e la risposta politica e amministrativa dei neoeletti può rappresentare un volano determinante per condizionare le scelte politiche future. E la “buona amministrazione” al Nord sarà certamente uno degli elementi di svolta per consolidare un consenso che non ama gli estremismi, i massimalismi e, soprattutto, le prese in giro. Soprattutto quando sono prolungate.
Il Nord, dunque, ridiventa centrale nello scenario politico italiano. E, nello specifico, le scelte politiche che si fanno al Nord.
Dopo l’egemonia del centrodestra si apre una fase politica nuova. Il Pd ha una responsabilità molto grande nello stabilizzare questo credito di fiducia. Facciamo in modo che la “questione settentrionale” non diventi, nuovamente, un serbatoio di voti per le sirene populiste e demagogiche che abbiamo sperimentato per molti anni.
Dipende prevalentemente da noi.
Dalla nostra moderazione, dalla nostra coerenza, dalla nostra cifra riformista e dalla nostra determinazione nel dare risposte concrete e pertinenti alle domande dei ceti produttivi del paese.





