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Il centro immigrati peggio del carcere

Paola Italiano su La Stampa del 26-07-2011

Ognuno dei 125 immigrati che si trovano nel Cie di Torino ha un telefonino. Ma a ogni cellulare, al momento dell’ingresso nella struttura, è stato sfondato l’obiettivo della fotocamera. Comunicare con l’esterno sì, documentare no. E’ uno dei paradossi che fa dire a Pietro Marcenaro, presidente della Commissione speciale diritti umani del Senato, che «i Cie sono peggio del carcere: perché nei Cie il tempo è vuoto e la vita non ha valore».

Sono le conclusioni al termine di due ore di visita nella struttura di corso Brunelleschi che Marcenaro ha fatto ieri con i colleghi di partito del Pd Anna Rossomando (Commissione giustizia), Mauro Marino, Giorgio Merlo e Magda Negri. «Libertà, libertà!», hanno urlato alcuni immigrati alla vista dei parlamentari, che hanno aderito a «LasciateCie entrare», mobilitazione indetta della Federazione nazionale della Stampa e dell’Ordine dei giornalisti per chiedere il ritiro della circolare ministeriale che, da aprile, restringe l’accesso ai centri. Mobilitazione che arriva alla vigilia del passaggio al Senato (oggi) del decreto espulsioni che triplica il tempo di permanenza massima nei Cie, da 6 a 18 mesi. Nei centri vengono portati gli stranieri non identificati che hanno commesso reati. La permanenza dovrebbe servire ad accertarne le generalità prima dell’espulsione. Se restano senza nome dopo 18 mesi, vengono rimessi in libertà.

Delle 125 persone ora nel Cie di Torino, la maggior parte è tunisina (75) e Marocchina (23). Sette le donne. Circa il 50% ha precedenti penali, soprattutto per spaccio, furti e rapine. La capienza massima è di 130 persone: sarebbe di 180, ma parte della struttura è inagibile per l’incendio di febbraio. Ad attendere i parlamentari all’uscita, dal lato su via Santa Maria Mazzarello, c’era un presidio di esponenti dell’area antagonista che chiedono la chiusura dei centri. «Nel ‘98 li avete inventati, ora li volete più umani: i Cie devono essere distrutti» si leggeva sullo striscione che hanno appeso in mezzo alla strada, sullo spartitraffico. Il riferimento è ai Cpt, Centri di permanenza temporanea (poi diventati Cie), istituiti con la legge Turco-Napolitano. I contestatori, una quarantina, scandivano slogan, battevano con cacciaviti sui pali e un paio di volte hanno bloccato il traffico: la delegazione ha preferito spostare l’incontro con i giornalisti, previsto all’uscita, in una sede del Pd in centro.

Sul merito delle accuse, Anna Rossomando sottolinea: «Un conto è immaginare i Cie come centri in cui portare chi ha commesso un crimine, così come aveva fatto il centrosinistra; altra faccenda è servirsene per detenere immigrati irregolari: è immorale e inefficace». Usare i centri come strumento di politica di immigrazione «inadeguato e costoso» (50 euro al giorno a persona) è l’accusa mossa al Governo. Specie da quando la clandestinità è diventata reato, con la legge Bossi-Fini. «Nei Cie – osserva Marcenaro – ci sono persone che non hanno fatto nulla e di cui nessuno si prende cura. Non è un problema di chi fa assistenza e fa il suo dovere al meglio, ma un problema di leggi. In carcere, al di là dei molti problemi, almeno ci si occupa delle persone, si pensa a un reinserimento».

Per Marcenaro, si vede anche dai dettagli: sei letti per stanza, due lavabo e due gabinetti, un televisore al muro. E basta. Tutto spoglio, nessuna personalizzazione, non una foto o un ritaglio alle pareti, come succede in cella. Nel limbo del Cie la vita è sospesa. Lo sono anche i diritti, ché è difficile farli valere quando pure gli avvocati preferiscono evitare cause senza speranza.