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Referendum? No, parlamento
Giorgio Merlo su Europa del 06-07-2011

È noto da tempo ma il vizio non demorde. I sistemi elettorali non si propongono e non si costruiscono per via referendaria.
Normalmente l’esito è peggiorativo della proposta iniziale e l’effetto concreto è sempre politicamente nefasto.È appena sufficiente ricordare il referendum sulla preferenza unica del ’91 per certificare come la corruzione politica divenne da eccezione a prassi nella scelta del parlamentare. Fiumi di denaro per la raccolta del consenso in campagna elettorale, eppure il risultato venne salutato come una grande ventata di rinnovamento e di moralizzazione.
Ora ci risiamo. Accanto al referendum trappola di Passigli – che, è noto ai più, peggiorerebbe ulteriormente la situazione rispetto al Porcellum –, altri parlamentari di lunga esperienza pensano di proporne un altro per ritornare al Mattarellum. Che, in sé, non era una brutta legge elettorale. Anche se, nella concreta situazione politica italiana, ha continuato a creare coalizioni politiche posticce, disomogenee, contraddittorie e incapaci di dispiegare una vera cultura di governo. Del resto, la trovata delle rispettive “desistenze” elettorali, è la prova che anche il Mattarellum non era scevro di limiti e contraddizioni.
Certo, non esistono modelli elettorali “perfetti”.
Come, altrettanto ovviamente, non bastano le regole elettorali a rinnovare e a stabilizzare la politica.
Le regole elettorali possono contribuire, questo sì, a orientare il dibattito politico e a modificarne i comportamenti ma non sono il toccasana miracolistico.
Salvo per i politologi e per tutti coloro che concepiscono e praticano la politica come una semplice variante intellettuale ed accademica.
Ora, la strada maestra resta quella di investire il parlamento e di inchiodarlo di fronte alle sue responsabilità.
È semplicemente intollerabile che un parlamento si disinteressi delle regole che disciplinano la sua composizione o, peggio ancora, confermi una legge che stride con i principi cardini della democrazia.
È giudizio comune che il cosiddetto “porcellum” ha prodotto alcuni guasti nel rapporto tra i cittadini e la politica, tra i cittadini e le istituzioni, alterando lo stesso principio della rappresentanza democratica, introducendo un premio di maggioranza che può, paradossalmente, premiare una cospicua minoranza a fronte di una maggioranza, seppur divisa e politicamente disgregata.
Ora il dibattito va riportato in parlamento. E non a caso riparte dal senato dove è già all’ordine del giorno. E, al di la degli amanti incalliti della via referendaria, sono almeno tre i principi attorno ai quali una larga maggioranza può tranquillamente convergere: 1) la salvaguardia dell’impianto bipolare con norme che favoriscono la coalizione prima del voto, compreso un discreto premio di maggioranza; 2) la restituzione ai cittadini della scelta degli eletti, seppur mitigata da una quota proporzionale di partito; 3) norme che garantiscono, comunque, una governabilità certa della coalizione che vince le elezioni.
Principi che possono trovare una maggioranza politica a prescindere dagli schieramenti in campo perché si tratta di norme che garantiscono la governabilità e consolidano il principio democratico nella selezione della classe dirigente. Se, invece, esistono settori che pervicacemente insistono nel mantenimento di un sistema sempre più inadeguato e politicamente antidemocratico, si assumeranno le responsabilità politiche di fronte all’intera pubblica opinione italiana.
Ma la strada parlamentare resta la via maestra per avviare e costruire la riforma elettorale e per comporre le aule parlamentari.
E questo senza sminuire l’istituto referendario.
Ma è pur vero che non possiamo assecondare la spinta qualunquista e antipolitica anche quando si parla di regole elettorali. Un principio che dovrebbe valere per tutti, partiti di governo e partiti momentaneamente all’opposizione. Fuorché si pensi, anche al nostro interno, che il parlamento non è più titolato a varare leggi elettorali.
Sarebbe la certificazione dell’irrilevanza politica e istituzionale del parlamento.





