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Imparate da Zapatero
Europa, Mercoledì 7 settembre 2011
di Stefano Ceccanti
A Roma il 5 agosto c’è un presidente del consiglio con una maggioranza assoluta in entrambe le camere, che ha di fronte a sé ancora due anni e che scrive ai presidenti delle camere.
Scrive loro per annunciare a breve un disegno di legge per modificare l’articolo 81 della Costituzione introducendo il pareggio di bilancio. L’11 agosto il ministro dell’economia fa tornare dalle vacanze deputati e senatori delle commissioni affari costituzionali e bilancio per precisare in pompa magna gli intenti.
Da allora più nulla fino alla giornata di ieri, in cui ci viene annunciato che giovedì in consiglio dei ministri sbucherà il mitico disegno.
A Madrid il 23 agosto c’è il presidente del consiglio di un governo minoritario, con una legislatura alla fine con cui si concluderà la sua vita politica e un clima pre-elettorale già aspro col principale partito di opposizione.
Fa un’analoga proposta e poi si realizza l’accordo, a prescindere da indignati, sindacati, forze territoriali che si vedono ridotti i poteri di veto. Oggi 7 settembre la Costituzione sarà definitivamente modificata col voto del senato. Un giorno prima che i brillanti tecnici del nostro governo finiscano il loro duro lavoro.
Quale paese ha i parametri economici migliori? Senz’altro il primo. Quale arranca, ormai da giorni con uno spread nettamente superiore all’altro? Anche qui il primo perché la crisi è di fiducia nella capacità di governo della classe politica e lì non c’è un differenziale, c’è un baratro. Per questo, da quando da mesi è stato siglato il patto Europlus che prevedeva quell’impegno, avevano torto gli economisti e i politici di governo attenti solo ai dettagli tecnici e agli effetti immediati delle manovre che si succedevano una dopo l’altra a ritenere sovrastrutturale l’intervento sull’articolo 81. Chissà che faccia hanno fatto quando hanno saputo che al vertice di Parigi sulla Libia Merkel e Sarkozy si sono congratulati con Zapatero proprio per quella riforma condivisa.
Per questo avevano torto anche i benaltristi e i massimalisti di sinistra per i quali la riforma dell’81 sarebbe o una rigida copiatura dei Tea party americani (i quali vogliono bloccare un governo federale che già c’è, mentre da noi si tratta di avvicinare i paesi euro per consentire di creare un governo federale) o una mera sovrastruttura.
Il ritardo non è giustificato.
Non si tratta di una riforma troppo complicata purché ci si riferisca a due modelli chiari. Il primo assunto anche dalla revisione spagnola. Essa ha il pregio di svilupparsi su due livelli, quello costituzionale e quello di una legge organica, una tipologia di legge rinforzata di sviluppo della Costituzione che ha il duplice pregio di non irrigidire in modo anomalo il testo costituzionale, con riferimenti a numeri e vincoli puntuali e troppo dettagliati, e di resistere però all’abrogazione da parte di leggi ordinarie. Questo tipo di approccio consente quindi di rispondere alle critiche che facevano perno sull’eccesso di rigidità dei meccanismi e della fonte.
Il secondo riferimento è la Commissione parlamentare Bozzi, operativa tra il 1983 e il 1985. Sotto l’autorevole impulso di Nino Andreatta essa aveva proposto in particolare di rafforzare il controllo preventivo elevando il quorum per la riapprovazione parlamentare di leggi rinviate dal presidente della repubblica con riferimento al parametro dell’articolo 81 e di dare un potere di accesso alla corte dei conti nei confronti della corte costituzionale per le violazioni successive. Questo tipo di proposte rispondono all’altra obiezione, opposta alla prima, che cioè qualsiasi norma introdotta in Costituzione sarebbe comunque aggirabile per mera volontà politica. Sono gli elementi della proposta di legge di cui sono primo firmatario, la 2890. Si può certo fare meglio, ma bisogna anzitutto fare presto.
Per le revisioni condivise servono più dei dieci giorni spagnoli, ma non più di novanta. È ora di cambiare passo. Si è detto delle rivoluzioni del 1989 che erano giorni in cui la storia si era messa a correre. Così accade anche oggi. La politica non può fare a meno di correre anch’essa secondo questa convergenza costituzionale europea.
Stefano Ceccanti





