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Legge elettorale, il confronto in Parlamento

Giorgio Merlo su Il Riformista del 29/09/2011

La riforma del sistema elettorale va fatta. Al di là della attesa, e prossima, sentenza della Consulta sull’ammissibilità dei quesiti referendari promossi da coloro che vogliono cancellare il “porcellum” e reintrodurre, tout court, il “mattarellum”.

Ora, senza entrare nel merito delle varie, e sempre crescenti, ricette elettorali, è ormai  matura nel Paese la volontà di modificare l’attuale sistema elettorale.
Una modifica, tanto per essere chiari, che va fatta in Parlamento. E questo senza sminuire l’efficacia e la bontà del comitato referendario e la massiccia risposta dei cittadini che desiderano ritornare protagonisti nella scelta dei parlamentari. Ma il Parlamento non può essere aggirato o, peggio ancora, bypassato sul delicato tema della riforma elettorale che, non a caso, da sempre è definita la “madre” di tutte le riforme. Una legge che deve necessariamente coinvolgere tutti i partiti senza distinzione alcuna, anche perché il sistema elettorale disciplina e orienta il sistema politico e nessuno può sentirsi estraneo rispetto a questo impegno riformatore. Certo, non tutti i sistemi – com’è ovvio – perseguono il medesimo scenario politico. Dietro ad ogni ricetta si nasconde una precisa concezione del sistema politico. Se il “porcellum” priva il cittadino dalla possibilità di scegliersi l’eletto e, soprattutto, può regalare ad una coalizione minoritaria un grande numero di parlamentari grazie ad un consistente premio di maggioranza, il “mattarellum” ripropone le alleanze elettorali dete a soccombere di fronte alle contraddizioni insite nella coalizione stessa. Un modello che, certamente, non incentiva la stabilità e non permette neanche di declinare una vera e credibile cultura di governo.
Si tratta, quindi, di varare una riforma che garantisca almeno 3 obiettivi: salvaguardare la governabilità del nostro sistema politico; permettere al cittadino di scegliersi i parlamentari,  o almeno una quota consistente di loro, e la coalizione; preservare la specificità di tutte le formazioni politiche, pur senza rinunciare ad una clausola di sbarramento che non incentivi la frammentazione del nostro sistema politico. Tre criteri che sono tranquillamente perseguibili attraverso un sistema elettorale che non deve essere necessariamente copiato da altri Paesi europei. Ogni Paese ha una sua storia, una sua evoluzione culturale, un suo percorso politico. Pensare di rinchiuderlo in un modello elettorale “estero” è un’operazione rischiosa nonché improduttiva che può dar vita a pasticci istituzionali incomprensibili agli stessi elettori.
Certo, per fare un sistema elettorale è necessario superare le contrapposizioni frontali tra le varie forze politiche. Un’operazione né semplice, né facile in questa particolare fase della politica italiana ma comunque necessaria se non vogliamo replicare il film del “porcellum”. Anche nel 2005 ci fu la maggioranza di allora, il centro destra, che scrisse un sistema elettorale contro l’opposizione e causò molti guasti politici. Uno scenario che non si può e non si deve più ripetere, pena l’esposizione del nostro sistema politico ad una vulnerabilità pericolosa ed inquietante.
Nelle prossime settimane valuteremo se, almeno sul capitolo della riforma elettorale, ci sarà una volontà politica di confronto della maggioranza di centro destra e una disponibilità dell’opposizione al dialogo per contribuire ad elaborare un sistema il più democratico e rappresentativo possibile. Se così non fosse meglio andare al voto anticipato. Con un piccolo particolare: si andrebbe al voto con il “porcellum”. Ovvero, il solito gattopardismo all’italiana. Cambiamo tutto per mantenere sempre l’esistente, anche quando tutti lo vogliamo superare.