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Non rottamiamo i cinquantenni

Giorgio Merlo su Europa del 23/09/2011


Nel dibattito, a volte un po’ surreale, che caratterizza il Pd sulla selezione della sua classe dirigente, sui suoi limiti e su chi oggi esprime maggior novità e freschezza, ormai sappiamo quasi tutto. Dapprima c’erano solo i cosiddetti “rottamatori” – quasi tutti, pare, tra i 30 e i 40 anni – poi quella galassia si è progressivamente sfilacciata e sono nate varie correnti micro generazionali. Varie leadership sono nate e anche tra quella fascia generazionale le divisioni si sono imposte.


Tant’è che oggi esistono più correnti generazionali all’interno della medesima fascia generazionale. Anche perché, come diceva il vecchio Nenni, «nella politica come nella vita, c’è sempre un puro più puro che ti epura». Qui, più semplicemente, è solo una questione di potere.
C’è già chi corre per fare il premier, chi per fare il semplice parlamentare e chi per guidare il partito a livello nazionale. Per il momento, non c’è ancora la proposta di abbassare la soglia anagrafica per accedere al Quirinale e quindi c’è ancora da rallegrarsi.
Ma, al di là delle sacrosante e del tutto legittime esigenze di potere – perché di questo si tratta, come tutti sanno – le varie “etnie” di trentenni e di quarantenni esistono e con loro occorre fare i conti. Che poi si tratti di questioni di potere e di posti spacciate abilmente come elementi di rinnovamento, di cambiamento, di contenuti innovativi e di modernizzazione e compagnia cantante, poco cambia.
Certo, la carta di identità non è mai stata fonte di grande valenza politica e di fulminante intuizione progettuale. Anche perché il detto di Nenni è sempre in agguato e c’è sempre uno più giovane all’orizzonte che compare… Ma comunque esistono. Come esistono, secondo la vulgata giornalistica, gli “intramontabili” sessantenni.
E qui ci troviamo di fronte a persone, uomini e donne, che non rivendicano solo un fatto generazionale ma anche, diciamocelo francamente, sono espressione di una statura politica e culturale che li ha portati a ricoprire ruoli politici di leadership conquistati sul campo e che poi si sono progressivamente consolidati. Se c’è la capacità politica, e di leadership riconosciuta, si mantengono quegli spazi e poi diventa difficile scalfirli anteponendo, o ostentando, solo la propria carta di identità.
Però, e qui è la riflessione-provocazione che voglio fare, c’è una generazione – quella dei cosiddetti cinquantenni – che non può essere frettolosamente archiviata.
Anche perché proprio questa generazione oggi riveste ruoli squisitamente dirigenziali all’interno del partito e delle istituzioni ma viene sempre individuata come una “categoria” di mezzo che è stata cooptata da quella precedente e che vanta minor freschezza ed originalità di quella successiva.
Ora, questa è una generazione che si è formata all’impegno politico negli anni di una ancora forte partecipazione politica e tensione culturale, dove il magistero politico di uomini come Moro, Zaccagnini, Donat-Cattin da un lato e Berlinguer, Lama e Ingrao dall’altra contribuiva ad arricchire e ad infiammare il confronto politico.
Una generazione che ha iniziato la sua militanza nei movimenti giovanili dei partiti, che è passata attraverso le amministrazioni locali e che, comunque, vantava un profondo radicamento sociale, culturale e territoriale nei rispettivi mondi di riferimento.
E perché, allora, nella concreta esperienza del Pd e al di là di rispettabilissimi singoli casi, proprio questa generazione continua a non essere protagonista?
Ora, senza ricadere nel vizio della carta di identità – vizio infantile che denota solo una irriducibile e quasi innata vocazione al potere e alla carriera – si tratta di far sì che una generazione che si è forgiata nel vivo della battaglia politica e non solo nell’adulazione del capo o nella spettacolarizzazione della politica fatta di comparsate televisive e manipolazione degli strumenti tecnologici, esca allo scoperto e dimostri, se ci sono ancora le potenzialità politiche e culturali, la sua valenza e la sua qualità.
E questo non per riempire solo un vuoto generazionale – il che sarebbe ben poca cosa – ma, al contrario, per favorire un continuo e fisiologico ricambio a tutti i livelli senza individuare la soluzione miracolistica in alcuni settori generazionali che, grazie alla loro spregiudicatezza nell’uso e nella ricerca del potere, appaiono come la forma più raffinata e più nobile del rinnovamento e del cambiamento.
Ma, come sempre capita, e ancora una volta secondo la miglior tradizione, questo vuoto lo si riempie solo attraverso la politica e suoi strumenti. Del resto tipici della generazione dei cinquantenni. E cioè, la militanza, l’elaborazione politica e culturale e la rappresentanza territoriale. Il resto continua ad essere solo apparenza e pura ricerca del potere.