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Perché Ichino non convince
Cesare Damiano su Europa del 22/09/2011

Gli anni di governo che abbiamo alle spalle hanno prodotto, sul piano del lavoro e dell’occupazione, effetti devastanti. Non ci troviamo soltanto di fronte alla perdita, negli ultimi tre anni, di oltre 700mila posti di lavoro.
Non ci sono solo le decine di migliaia di lavoratori che fra pochi mesi, una volta scaduto il periodo di cassa integrazione, possono ritrovarsi per strada senza alcun sostegno, o quelli in mobilità che corrono il rischio, cessata la tutela, di non raggiungere il traguardo della pensione. Non abbiamo soltanto una disoccupazione giovanile che ha ormai raggiunto il 30 per cento, il dato più alto in Europa.
Negli anni di Berlusconi la destra ha minato alla base i pilastri sui quali per decenni si sono costruiti i rapporti di lavoro e le relazioni industriali e sui quali si è imperniato lo sviluppo della nostra economia. E, dopo aver distrutto la concertazione, è andata all’assalto del diritto del lavoro.
Con le manovre d’estate Sacconi ha prima sferrato l’attacco al contratto nazionale e alla democrazia sindacale per poi aggredire lo stesso Statuto dei lavoratori, riconoscendo alla contrattazione aziendale la possibilità di derogare al divieto di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
Il prossimo passo, se si lascerà via libera al ministro, rischia di essere il contratto individuale. Il tutto dopo aver contribuito in modo attivo, con le politiche di questi anni, al consolidamento di un mercato duale del lavoro profondamente ingiusto, con una generazione di dipendenti più anziani relativamente garantiti e un esercito di giovani precari (quando riescono a trovare un’occupazione) senza prospettive né tutele. Ciò che è avvenuto dai primi anni duemila, dall’introduzione della legge Biagi in poi, è sotto gli occhi di tutti. Il paradosso che si è prodotto è la coesistenza di un record di disoccupazione giovanile, di lavoro nero e di precarietà alle stelle.
La cosiddetta cura della flessibilità ha travalicato ogni ragionevole limite trasformandosi nel suo contrario: in una malattia che ha intossicato il lavoro. Adesso si deve pensare a ricostruire. E la ricomposizione del mercato del lavoro è uno dei primi e indispensabili punti da affrontare. E non può ridursi ad una sola questione di interventi legislativi e di elaborazioni giuslavoristiche.
Il dualismo non si risolverà finché il prodotto interno lordo e la produzione industriale non torneranno a crescere. Accanto alle innovazioni normative è perciò indispensabile agire sui fattori di sviluppo. Pure il governo e lo stesso Tremonti se ne sono accorti, anche se la nuova manovra “di crescita” che si prospetta sembra orientata a far pagare il conto ancora una volta ai soliti noti, intervenendo sulle pensioni e addolcendo magari la pillola con l’introduzione di una mini patrimoniale.
Se così fosse, oltre ad aver introdotto ulteriori elementi di iniquità a carico dello stato sociale, non si andrebbe molto lontano. Mentre è chiaro che la strada maestra – e obbligata – è quella della crescita economica e dello sviluppo qualitativo del paese.
Di quale sia la ricetta migliore per il mondo del lavoro e per l’occupazione dei giovani si discute da alcuni decenni. Il Partito democratico ha elaborato positivamente le sue proposte alla recente conferenza di Genova. La proposta nuovamente avanzata da Pietro Ichino di un contratto unico, in grado di dare a tutti i nuovi rapporti di lavoro “sostanzialmente dipendenti” una nuova disciplina di stabilità, non mi pare invece condivisibile.
Nello specifico, ciò che servirebbe è la semplificazione delle numerose tipologie contrattuali a disposizione delle imprese: un vero e proprio supermercato dei lavori.
Penso che la strada da percorrere sia quella dell’eliminazione di molti degli istituti introdotti negli ultimi anni (lavoro a chiamata, staff leasing, associati in partecipazione), seguita dalla definizione – attraverso l’introduzione di un contratto unico di inserimento formativo, di cui esiste una proposta di legge depositata dal Pd alla camera – di nuove modalità di assunzione.
Con l’obiettivo, dopo un periodo di apprendistato o di “ prova” anche lungo (tre anni), della piena stabilizzazione. In questa logica possono allora essere definiti contratti a “tutela progressiva” che garantiscano al giovane dipendente protezioni sempre maggiori fino a giungere, al termine del periodo stabilito, al riconoscimento di tutti i diritti attualmente previsti, compreso quello dell’articolo 18. Non è con la libertà di licenziare che si risolvono i problemi.
Una riprova è data dal fatto che oggi – come ha recentemente sottolineato su queste pagine Sergio D’Antoni – il 90 per cento delle imprese italiane ha meno di 16 dipendenti, e non è quindi soggetta ad alcuna restrizione in fatto di licenziabilità. Eppure questo non ha impedito, e non impedisce, accanto al fenomeno lavoro nero, il dilagare delle forme più spinte di flessibilità.
Per favorire questo circolo virtuoso e mettere un argine alla precarietà va riconosciuta alle imprese, per i rapporti stabili, una riduzione del costo del lavoro attraverso un credito d’imposta e con l’unificazione – in un range che può essere compreso tra il 28 e il 30 per cento (dunque inferiore all’attuale 33 per cento) – dei contributi previdenziali.
E va affermato un altro principio, quello del costo del lavoro differenziato. La flessibilità deve essere pagata dall’impresa più del lavoro stabile.
Finché tutto ciò non avverrà le differenze nel mercato del lavoro sono destinate a restare. A danno dei lavoratori, giovani e non solo.





