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Merlo: “Troppe correnti, poca chiarezza”

Giorgio Merlo su Europa del 18/10/2011


Che il richiamo all’unità del partito sia ormai un fatto poco più che retorico e formale è fuori di dubbio. Anche se resta decisivo per garantire un futuro credibile allo stesso partito.
Come, del resto, è abbastanza evidente che quando si chiude una fase politica è l’intero sistema politico ad entrare in fibrillazione e non soltanto le vittime sacrificali.

Chi pensa, infatti, che il lento ma inesorabile tramonto del berlusconismo colpisca solo e soltanto il Pdl è un illuso. Come è un illuso chi ritiene che la divisione cronica di un partito e la delegittimazione costante della sua classe dirigente possano rappresentare, a lunga scadenza, un punto di vantaggio per la costruzione dell’alternativa al centrodestra.
Ma come è possibile pensare di essere credibili quando, ad esempio, già non si contano più le cosiddette “correnti generazionali” che attraverso distinte e separate convention presentano il conto in vista dei futuri organigrammi. Correnti che, è bene ripeterlo, decollano con la carta di identità in mano con la precisa finalità però di occupare ruoli e responsabilità che nella biasimata prima repubblica non si osavano neanche citare.
C’è chi, infatti, punta alla candidatura a futuro presidente del consiglio della coalizione di centrosinistra e chi si accontenta nel pretendere la sola segreteria nazionale del Pd. È persino scontato rilevare che queste cosiddette correnti entrano in contrasto tra di loro. Il tutto, però, viene ammantato da grandi parole d’ordine sul rinnovamento, sul cambiamento, sulla nuova classe dirigente che – disinteressatamente – si affaccia alle porte della politica.
Tutti sanno, invece, che si tratta di una spregiudicata battaglia di potere condotta da raffinatissimi professionisti della politica che hanno comunque un’età sufficientemente giovane per contendere le poltrone a chi ha qualche lustro in più. Tutto qui, com’è ovvio.
Accanto a questa moltiplicazione di rivendicazioni generazionali che prenderanno il largo nelle prossime settimane, c’è da registrare una preoccupante diversità di opinioni sul futuro e sulla prospettiva dell’avventura politica del Pd. E qui il nodo è più serio della semplice ricerca e conquista del potere delle varie etnie generazionali.
E in discussione non c’è solo la moltiplicazione delle correnti all’interno del partito. Anzi, e paradossalmente, la “pluralità” organizzata nel Pd è la vera cifra democratica che distingue i partiti padronali o a sfondo padronale che caratterizzano la geografia politica italiana da quelli che mantengono, pur tra mille difficoltà, un dibattito libero e democratico.
Semmai, è la pluralità delle ricette sulla prospettiva politica del Pd che preoccupa di più. Per intenderci, c’è qualcuno che continua a pensare che il futuro del Pd non è nient’altro che la riproposizione della vecchia, stantia e fumosa alternativa di sinistra e altri che, invece, ritengono che la prospettiva del Pd non può essere che quella di costruire una coalizione di governo con forze e movimenti che sono estranei ed esterni ad ogni richiamo massimalista, estremista e piazzaiolo. Come si possono conciliare questi due progetti così lontani l’uno dall’altro se non alternativi?
Ma proprio su questo versante si registra un’assenza di indirizzo politico capace di ricondurre ad unità il seppur vivace e controverso dibattito interno. Se questo non avviene, o tarda ad avvenire, il rischio che il tramonto del berlusconismo trascini dietro di sé anche le irrisolte difficoltà del Pd non è affatto una battuta.
E, accanto a questi elementi, non possiamo non registrare il riemergere del vecchio vizio del Pd di delegittimare in modo strisciante il segretario di turno. Il tutto, com’è ovvio, ammantato sempre da parole e da riflessioni improntate al massimo rispetto per il segretario e per la linea politica che interpreta. Certo, adesso sarebbe necessaria una maggior incisività dell’azione del vertice del partito.
Perché è utile il buon senso e il rigore morale che Bersani ha incarnato sin dall’inizio della sua segreteria, ma è altrettanto necessario governare con forza e decisione i sommovimenti e i tentativi di destabilizzazione che albergano nel Pd, a livello centrale e periferico. Senza questa assunzione di responsabilità, è l’intero Pd che rischia di sbandare politicamente.
L’antidoto dell’unità del partito è, dunque, la vera sfida e il vero impegno attorno al quale si può ridare slancio e vigore al Pd.