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A che serve il congresso del PD?

Giorgio Merlo su Il Riformista del 30/11/2011


Ma serve veramente un congresso nazionale del Pd in questa fase della vita politica italiana? La domanda non è peregrina perché ha già cominciato a circolare qua e là l’opportunità di celebrare un congresso per rilanciare il partito in vista delle prossime sfide politiche ed elettorali. E’ persin ovvio, nonché banale, ricordare che le motivazioni politiche che portano a questa “voglia” di congresso sono tutte tranne che strategiche o di alta caratura politica.

Da un lato, infatti, c’è chi punta neanche tanto nascostamente a indebolire l’attuale segreteria nella speranza di poterle contendere la leadership attraverso la celebrazione delle ineffabili primarie. E, dall’altro e quasi specularmente, c’è che pensa a rafforzarsi ulteriormente in vista della definizione dei futuri organigrammi. Insomma, e la cosa non stupisce affatto – soprattutto in un partito non padronale  ma autenticamente democratico – si tratta di una mera contesa di potere che periodicamente caratterizza la vita dei partiti. Ma, al di là della fisiologica dialettica interna al partito, c’è una domanda a cui occorre dare una risposta né banale né frettolosa. E cioè, è utile alla vigilia delle prossime elezioni politiche – nella primavera del 2013, al di là degli appetiti di tutti quelli che attualmente non sono in Parlamento tanto nel centro sinistra quanto nel centro destra – innescare una battaglia frontale all’interno del Partito democratico che resta, piaccia o meno, il partito cardine dell’alternativa al futuro centro destra? E’ così pressante anteporre gli interessi di corrente e la voglia di rivalsa di alcuni dirigenti di partito  rispetto agli interessi generali del paese? Insomma, per essere più chiari, è questo il momento storico più opportuno per dedicare mesi e mesi ad una estenuante campagna elettorale all’interno del Pd con il rischio, neanche tanto nascosto, di creare fratture che potrebbero anche risolversi con ipotetiche scissioni e abbandoni? Credo siano domande legittime che i dirigenti del Pd si debbono porre per evitare che una fanciullesca e genuina richiesta di congresso si trasformi in una lotta senza esclusione di colpi con l’aggravante che le primarie radicalizzano un confronto che sarebbe difficilmente componibile appena celebrate le assise locali e nazionali.

Se questo è vero, allora la domanda di fondo che dobbiamo porci è una sola. E cioè, se si decide di anticipare un congresso nazionale le ragioni che lo impongono sono essenzialmente e squisitamente politiche. E quindi, si dà anticipatamente un giudizio politico sulla segreteria Bersani. Ora, al di là del giudizio che ognuno di noi può dare sulla linea politica intrapresa da Bersani all’indomani della vittoria alle primarie, sulla reale gestione del partito, sulla capacità di esercitare una leadership nel partito e nella società più in generale, è indubbio che la richiesta congressuale è riconducibile ad una sola questione: e cioè rilegittimare attraverso le primarie il segretario nazionale del Pd qualora dovesse essere indicato come candidato a Premier della coalizione di centro sinistra o di quella che sarà. Opinione del tutto legittima che dovrebbe però rispondere ad una domanda, se non vogliamo ridurre il tutto ad una somma di ambizioni personali che ormai tutti ben conosciamo, a cominciare dal Sindaco cosiddetto “rottamatore”. E cioè, la strategia politica inaugurata da Bersani è condivisa oggi da tutto il partito? A cominciare dal profilo riformista e plurale del partito per finire alla futura alleanza di governo tra i riformisti e i moderati? Se attorno a queste due domande ci sono opinioni diverse se non alternative sarebbe del tutto legittimo, nonché necessario, celebrare al più presto un congresso nazionale. Perché di fronte a ricette politiche apparentemente incomponibili si impone, per un partito realmente democratico, una verifica di base e popolare secondo gli strumenti che il partito di volta in volta individua. Se, invece, il tutto è riconducibile ad una mera esigenza di potere e di posizionamento personali, i primi a non capire il perché di un congresso nazionale sarebbero proprio i militanti e i semplici elettori che dovrebbero assistere per mesi ad uno spettacolo dove emergono fisiologiche differenze e contrapposizioni politiche che sarebbero più salutari per gli avversari che non per gli appartenenti a quel partito.

Ecco perché il tema del congresso nazionale del Pd non può e non deve essere rubricato ad un fatto di ordinaria amministrazione. In discussione, infatti, c’è la necessità di costruire un progetto di governo riformista e democratico per l’avvenire del nostro paese dopo l’ubriacatura populista e demagogica di Berlusconi che è durata ben 17 anni. Certo, se il confronto nel Pd è ancora tra coloro che puntano, adesso, a rifare l’Ulivo con la “santa alleanza” di tutti coloro che non sono lontanamente riconducibili al centro destra e chi, invece, mira a definire coalizioni di governo che non assomigliano a meri cartelli elettorali, allora il congresso è necessario. Come sarebbe indispensabile se qualcuno pensasse che il Pd, d’ora in poi, deve cavalcare qualsiasi istinto nuovista e tutti gli impulsi demagogici, populisti e giustizialisti che attraversano la nostra società. Uno scenario che, almeno così mi pare, ad oggi non è affato ravvisabile.