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Con i malpancisti si torna indietro
Giorgio Merlo su Europa del 31/12/2011
Lo diciamo da tempo. L’esecutivo Monti, al di là della sua composizione e della sua concreta azione di governo, è destinato a modificare in profondità la geografia politica del nostro paese. E questo non solo perché chi si oppone in modo intransigente e veemente a questo governo non può pretendere di stringere alleanze e costruire coalizioni il giorno dopo la fine di questa esperienza. Ma per una ragione molto più politica: e cioè, quando si fanno prevalere le ragioni di partito e di parte per ottenere un pugno di voti in più rispetto agli interessi generali del paese si denota una irriducibile mancanza di cultura di governo.
Un profilo politico ed un comportamento che ti collocano quasi automaticamente all’opposizione.
Un atteggiamento congeniale alla galassia comunista come a Di Pietro e come ai novelli secessionisti della Lega nord. Insomma, il governo Monti, piaccia o non piaccia, può modificare in profondità l’orizzonte politico del paese. E questo anche perché la chiusura della fase politica berlusconiana non può essere indifferente rispetto agli sviluppi futuri. Fuorché qualcuno continui a pensare che la dinamica della contrapposizione violenta e della sostanziale criminalizzazione dell’avversario continui ad essere il viatico migliore anche per la prospettiva della politica italiana.
Ma questo periodo, per molti versi innovativo e singolare, interpella anche e soprattutto il Pd e la sua strategia politica. Archiviata, credo, la pratica dell’alternativa di sinistra e quella dei cartelli elettorali contro il nemico da abbattere – elementi che, purtroppo, trovano ancora vasta rispondenza in larghi settori della stessa dirigenza del Pd – la vera sfida a cui va data una risposta seria e convincente è come dar vita ad una seria e coerente politica di centrosinistra senza scivolamenti demagogici, giustizialisti o massimalisti.
Insomma, senza i Ferrero, i Diliberto e i Di Pietro di turno. Se il Pd sarà capace di coniugare una vera rappresentanza sociale con una adeguata e convincente azione programmatica riformista e democratica, allora il centrosinistra di governo potrà realmente decollare.
Se, invece, subirà la storica deriva di sinistra, allora si corre il serio rischio di mutare irreversibilmente il profilo del partito da un lato, e di consegnare ad altri la sostanziale rappresentanza politica del centro moderato e cattolico. Uno snodo decisivo che si qualifica esclusivamente attorno alle politiche che si metteranno in campo e non sulla astratta politologia delle alleanze. Perché è bene ricordare che, soprattutto dopo la lunga stagione berlusconiana, la rappresentanza politica del centro – che continua ad essere una costante della società e della politica italiana – è ancora ben presente nell’agenda pubblica italiana. E un partito come il Pd, che è nato all’insegna della mescolanza culturale, sociale ed ideale, è credibile e fedele alle sue origini se non cede a nessun ritorno del passato.
Ecco perché la fase del governo Monti – che sarà caratterizzata da riforme strutturali che avranno comunque una grande e pesante incidenza sui cittadini italiani – non sarà indenne sulla politica italiana, sul profilo del Pd e sulle alleanze che si metteranno in campo. Certo, se prevarranno i malpancisti alla Fassina il tracciato pare già segnato. E cioè un partito sbilanciato a sinistra che non rinuncia al suo armamentario del passato e collocato in una coalizione che non farebbe altro che riproporre la macedonia dell’Unione e delle pregiudiziali ideologiche.
Se, invece, dopo l’appoggio convinto e leale al governo Monti il Pd saprà costruire una coalizione autenticamente riformista e democratica senza nostalgie del passato potrà sostenere con convinzione che l’esaurirsi della stagione berlusconiana ha chiuso una lunga fase della politica italiana e ne ha aperto una radicalmente nuova. Dipende da tanti fattori. Ma dipende molto anche da ciò che dirà e che farà il principale partito italiano, cioè il Partito democratico.





