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Il tedesco non migliora la democrazia

Stefano Ceccanti su Europa del 05/01/2012


Il quaderno 2010 della rivista Il Filangieri edito da Jovene, dal titolo “Governare le democrazie. Esecutivi, leader e sfide”, si presta in modo particolarmente utile a impostare il dibattito sulle riforme istituzionali per il 2012. La parte prima, con contributi di Lippolis, Fabbrini, D’Alimonte, Barbera, Lupo, Salerno e Cintioli è dedicata a “Governare l’Italia”. La seconda, “Il Governo visto dall’interno”, comprende quattro interventi: Catricalà, De Joanna, Pajno e Traversa. La terza, “Governare le democrazie occidentali”, è introdotta da Orsina e sviluppata da Meny, Webb, Poguntke, Cain, Kreppel e Amato.


Lippolis segnala le ragioni per le quali i governi hanno acquisito nel ’900 la centralità nelle grandi democrazie: l’incremento delle finalità dello stato, il ruolo dei media, le forme di cooperazione come l’Unione europea sono tra gli elementi chiave che hanno favorito gli esecutivi, in quanto più capaci di decisioni tempestive e dettagliate. Ciò non significa che essi siano divenuti onnipotenti.
Infatti buona parte di quegli stessi fenomeni hanno comunque posto nuovi limiti: a esempio l’integrazione europea ha anche creato vincoli significativi su varie policies.
In Italia questa centralità è stata attutita dal particolare sistema dei partiti, che ha combinato laconventio ad excludendum verso il Pci con una conventio ad includendum su varie scelte. Si affermò non una “centralità del parlamento” strutturalmente impossibile, ma una centralità dei partiti nei compromessi parlamentari. Come segnala Fabbrini, esso, già indebolito prima del 1989 per il riavvicinamento progressivo della sinistra alle scelte europea ed atlantica, perdeva ogni ragione dopo il 1989 e con la crescita di importanza dell’Unione europea.
Lippolis descrive le tappe in cui il principio di maggioranza si è stabilizzato dentro le istituzioni, dalla legge sulla presidenza del consiglio alla legislazione finanziaria, a cui Barbera aggiunge la limitazione del voto segreto. Una volta reso il governo centrale dentro le istituzioni, sia pure con contraddizioni, si è inevitabilmente posto anche il problema della sua legittimazione diretta col cambiamento delle regole elettorali su cui si è incentrato il decennio successivo, sia pure senza mai andare a colpire la frammentazione.
Un processo logico e naturale, che tuttavia sconta ancora il problema, come segnala Lippolis, di «coalizioni eterogenee e rissose », trovando nella presidenza della repubblica a tratti un argine e a tratti un supplente.
D’Alimonte crede che il cuore della soluzione stia ancora nel sistema elettorale più che in interventi costituzionali e invita però a distinguere gli esiti opposti a cui conduce la critica all’attuale bipolarismo.
Un conto è proporsi coi collegi uninominali o con una diversa modalità di premio di maggioranza l’obiettivo di un bipolarismo migliore, che supporti in modo più razionale la legittimazione diretta del governo che non può essere il vaso di coccio tra gli altri livelli decisionali, un altro conto è voler smantellare il bipolarismo tornando col cosiddetto sistema tedesco alla formazione post-elettorale dei governi.
Nessun dubbio secondo D’Alimonte che inserire il sistema tedesco in un contesto a maggiore frammentazione e con una cultura politica meno rigorosa possa servire solo a questo secondo scopo e in nessun caso a un miglioramento del bipolarismo: «I sostenitori di questa riforma vanno in effetti ricollocati tra gli avversari del bipolarismo e non tra i critici di questo bipolarismo».
Sul piano comparatistico interessanti le osservazioni di Webb sulle convenzioni e sulle prassi del governo Cameron, che però, soprattutto a causa della conferma del sistema elettorale, potrebbe essere solo una parentesi. Molto utili anche quelle di Pogunke sul peggiore rendimento della forma di governo tedesca dopo l’indebolimento dei due partiti maggiori e l’incremento dei gruppi rappresentati con l’ingresso dei Verdi e della Linke. L’elettorato, meno fedele di un tempo, chiede di più ai governi che però vedono pesare maggiormente i poteri di veto dentro la coalizione più frammentata, con effetti «controproducenti per lo stesso capo del governo». Difficile non cogliere come questo rafforzi le osservazioni di D’Alimonte sulla sua importabilità in Italia, anche combinandolo con norme costituzionali di rilievo sovrastrutturale come la sfiducia costruttiva. Scettico poi Meny sulla importabilità altrove della forma di governo francese. Ancora più preoccupato lo sguardo di Cain sugli Usa, soprattutto per il peso negativo dei nuovi media che basandosi più sulla tempestività che non sull’accuratezza danno più forza alle posizioni estreme nell’opinione pubblica e nel Congresso. Amato condivide gli allarmi per il peggiore funzionamento della forma tedesca rispetto al passato nel «sostenere l’operato del Cancelliere» e di quella americana, dato che il «governo diviso » è il sistema che meno di tutti può funzionare bene «in un clima politico in cui si esasperano le differenze e le posizioni contrapposte».
Pertanto se le norme costituzionali sulla forma di governo sono meno importanti di come il sistema dei partiti è filtrato in parlamento dal sistema elettorale, vale la pena di partire proprio da quest’ultimo sulla base delle precisazioni di D’Alimonte. Non a caso parlando anni fa del sistema francese, ma con un ragionamento che vale più in generale, Duverger invitava a capire che il vertice della piramide di quell’esecutivo non era affatto più importante della solida base su cui poggiava, il sistema uninominale maggioritario a doppio turno, in grado di ridurre in modo ordinato la frammentazione, in senso evidentemente opposto e del tutto incompatibile con la proposta regressiva del sistema tedesco. Altri sistemi sarebbero più vicini e compatibili, purché analogamente disproporzionali.