Homepage parlamentari news Rassegna stampa democratica
Legge elettorale, il modello è quello spagnolo
Il Riformista, 18 gennaio 2012
Di Giorgio Merlo
Ormai lo dicono – e soprattutto ci credono – in molti. La legge elettorale va modificata, soprattutto dopo la saggia ed incontestabile bocciatura dei quesiti referendari da parte della Consulta. Una bocciatura contestata solo da chi ha una strana e singolare concezione delle istituzioni e del ruolo che queste svolgono nell’architettura istituzionale del nostro paese. E cioè, va bene quando sostengono le proprie opinioni politiche; vanno invece criminalizzate quando le ostacolano.
Ma, al di là di questi demagoghi e dei soliti populisti, è forse opportuno ricordare che una riforma elettorale è seria e utile se, nell’attuale contesto politico italiano, riesce a c’entrare 3 obiettivi concreti: garantire la governabilità del sistema politico; restituire le scelta degli eletti agli elettori e creare coalizioni e alleanze di governo e non meri cartelli elettorali. Insomma, 3 obiettivi che per poter decollare richiedono l’azzeramento di tutti quei luoghi comuni che nel nostro paese in questi anni hanno prodotto – dati alla mano – instabilità, governi deboli e politicamente divisi, trasformismo e incapacità di assumere decisioni forti e indispensabili. Elementi che sono stati il frutto di pure illusioni: dal bipolarismo imposto per legge al dogma del maggioritario, dalle coalizioni che contemplano al proprio interno la maggioranza e l’opposizione – basti pensare all’Unione di Prodi – alla proliferazione dei partiti riconducibili proprio a maldestri sistemi elettorali. Sotto questo profilo il cosiddetto “mattarellum”, al di là ovviamente delle intenzioni dell’estensore, è stato la causa principale di questo progressivo impoverimento della politica e della scomparsa di ogni cultura di governo. Elementi che si sono ulteriormente aggravati con il “porcellum” che non ha affatto risolto i problemi aperti ma li ha accentuati attraverso la designazione centralistica dei parlamentari.
Ora, per non fermarsi al passato, è indispensabile guardare avanti. Superando le remore ideologiche e le incursioni politologiche che, di volta in volta, condizionano le scelte concrete della politica scambiando i desideri con ciò che capita realmente nella società. E la necessità di trovare un accordo politico tra partiti che sono e restano alternativi per il futuro è doveroso ancorchè indispensabile. È perfettamente inutile, in un contesto politico singolare qual è quello italiano, immaginare di presentarsi ognuno con la propria ricetta elettorale in modo intransigente e quasi dogmatico. Se si vuole raggiungere un risultato concreto in vista delle prossime elezioni politiche, si impone un accordo “mediano”. E, ad oggi, la proposta che può trovare una forte convergenza politica e parlamentare è il cosiddetto “modello spagnolo” seppur corretto dalla specificità italiana. Un sistema che premia il radicamento territoriale dei candidati, salvaguarda la governabilità e il rispetto delle coalizioni, garantisce il ruolo dei partiti senza incentivare la frammentazione e attenua il rischio del trasformismo parlamentare dei futuri eletti. Certo, i partiti maggiori dovrebbero, almeno in parte, rinunciare ai propri dogmi e ai propri convincimenti iniziali ma è necessario, se si vuol portare a termine il risultato, di praticare da subito una efficace mediazione. Anche perché, è sempre bene diffidare profondamente di coloro che urlano e schiamazzano quotidianamente sulla necessità improrogabile di cancellare il “porcellum” e poi, per motivi vari, rivendicano la necessità e l’urgenza di andare suibito al voto anticipato. Appunto, con il “porcellum”. Una vecchia prassi che contagia tutti coloro che hanno una concezione “proprietaria” e “padronale” dei partiti. Del resto, è appena sufficiente scorrere il funzionamento di molti partiti del centro destra e del centro sinistra per rendersi conto che questa prassi – o questa degenerazione – è quasi la costante della politica italiana, salvo poche eccezioni come il Pd che vive ancora di congressi democratici e periodici, di dibattiti e confronti interni con una forte “pluralità” politica e culturale e di leadership diffuse.
E un sistema elettorale efficace e profondamente democratico e rappresentativo come quello ispirato al cosiddetto “modello spagnolo”, o quello in vigore per le Province, può influire e incidere anche sulla vita interna ai partiti oltre che restituire autorevolezza e prestigio alle istituzioni. È bene pensarci prima che sia troppo tardi o che prevalgano solo tentazioni gattopardesche.
Giorgio Merlo





