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Oltre il “no profit” ben venga il “for benefit”
Luigi Bobba su L’Unità del 29/01/2012

For benefit anziché non profit: così, dall’inizio del nuovo anno in California, potranno denominarsi quelle imprese che hanno come missione quella di produrre benefici e vantaggi che si riverberano sulla comunità. Nulla di nuovo si potrebbe commentare: in fondo anche in Italia esistono le imprese e le cooperative sociali. Eppure l’espressione americana contiene una novità, in quanto ha la forza di semplificare e rendere comprensibile un concetto anche ai non addetti ai lavori. Per le realtà associative, del volontariato e dell’impresa sociale viene il tempo di definirsi non unicamente in negativo (non profit) ma di autocomprendersi in positivo (for benefit).
E’ un passaggio importante: significa che si può fare impresa sociale non solo incorporando il principio della non distribuzione degli utili, ma anche esplicitando la finalità per cui si produce lavoro e ricchezza. A dire il vero nella legge istitutiva delle cooperative sociali – la 381 del’91 – un concetto simile era già presente. In sostanza, si oltrepassava il principio di mutualità tra i soci, per assegnare al lavoro cooperativo il compito di produrre benefici anche per la comunità circostante.
Ma la straordinaria semplificazione dell’espressione americana for benefit, può facilitare non solo una comunicazione più diretta con l’opinione pubblica, ma anche esprimere in modo semplice e chiaro ciò che già milioni di cittadini associati, volontari e cooperatori vivono nella loro esperienza quotidiana di lavoro nel sociale. L’espressione for benefit aiuta anche a comprendere meglio il concetto di “economia civile”, coniato da Stefano Zamagni, per il quale non è più sufficiente che il non profit si limiti a correggere le distorsioni provocate dal mercato, ma deve invece incaricarsi di generare solidarietà senza dipendere da apparati burocratici (lo Stato). Insomma, in tempi di “big society” o di capitalismo responsabile, l’avvento di termini come economia civile o ancor di più “for benefit” per esplicitare le finalità delle organizzazioni a base solidaristica, dice che non si uscirà dalla crisi solo con qualche piccolo correttivo, ma modificando i fini stessi dell’agire economico. Così il mondo “for benefit” può conoscere, proprio dentro la grande crisi, un’opportunità per far lievitare una nuova cultura e inventare originali forme di agire economico improntate alla solidarietà oltrechè alla sostenibilità. In tal senso, il Parlamento e il Governo potrebbero rimettere all’odg la revisione del I Libro del Codice Civile, laddove disciplina le realtà associative. Tale normativa risale addirittura al Codice Rocco del 1942 e dunque è estranea ai principi costituzionali che garantiscono la libertà di associarsi e la sussidiarietà dell’agire delle formazioni sociali. La proposta di legge, che ho presentato nel settembre del 2010 e che è stata sottoscritta da più di 50 deputati, non fa che riprendere il qualificato lavoro (apprezzato anche dall’ex ministro della Giustizia Alfano) della “commissione Pinza”, durante l’ultimo governo Prodi.
L’intento è quello di dare un moderno assetto giuridico al mondo non profit, di assicurare, alle associazioni che la chiedono, la personalità giuridica e di consentire alle stesse, entro determinati vincoli, di gestire anche attività economiche. Liberando le energie di quel vasto mondo della solidarietà e dell’impegno civico, si contribuirà a far ripartire lo sviluppo del Paese e a rafforzare la coesione sociale. L’imput che ci viene da Oltreatlantico può essere dunque un efficace stimolo perché tutte queste realtà si mobilitino “for benefit”, ovvero diventino attori consapevoli del bene comune.





