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Pd, per la coalizione non serve il congresso

Giorgio Merlo su Europa del 10/01/2012



Lo diciamo da molto tempo e ormai è un pensiero abbastanza consolidato. E cioè, il governo Monti è destinato a modificare in profondità il quadro delle alleanze nel nostro paese. O almeno quella geografia politica che molti pensavano ormai fosse immodificabile. Da un lato il “nemico” irriducibile con i suoi alleati e, dall’altro il fronte progressista e tutti coloro che lo contrastavano o per motivi politici, o per motivi ideologici o per motivazioni di carattere personale e pregiudiziale.


Una sorta di Cln contro Berlusconi e i suoi accoliti. Un quadro che si è frantumato definitivamente con il crollo, appunto, di Berlusconi e il decollo dell’esecutivo tecnico o cattedratico e accademico che sia.
Certo, un cambiamento così radicale, quasi epocale per la recente storia politica italiana, richiede risposte altrettanto rapide e innovative da parte di tutti. In primis da parte del Pd che resta il perno essenziale di un’alternativa democratica, riformista e di governo alla destra e a ciò che legittimamente rappresenta nel paese. È già stato scritto e ribadito che la cosiddetta “foto di Vasto” è ormai superata e non riproponibile come orizzonte di governo. Del resto, come sarebbe possibile che un grande partito riformista e popolare come il Pd si limita a costruire un’alleanza di governo con un partito dal forte profilo giustizialista e con un movimento, seppur importante, come Sel che rappresenta uno spicchio della sinistra italiana?
La risposta, credo, è già nella domanda. E cioè, serve qualcosa altro e, soprattutto, è utile mettere in campo una coalizione che garantisca la governabilità del paese attraverso un programma condiviso che non sia soltanto “contro” qualcuno ma rappresenti un’idea di paese per un progetto autenticamente democratico e riformista.
Ma, per fare tutto ciò, il Pd – appunto partito cardine della futura alternativa alla destra italiana – deve passare attraverso una fase congressuale? Alcuni settori del partito hanno già ventilato questa ipotesi e molti sostengono, con un pizzico di fondamento, che le nuove fasi della politica vanno sempre suggellate da un vero confronto congressuale.
Opinione, in sé, condivisibile che però rischia di innescare – in una fase delicata del paese come quella che attualmente stiamo vivendo – una interminabile disputa congressuale e con un inevitabile avvitamento di tutta la struttura del partito attorno alle note prassi che caratterizzano un congresso. E cioè, beghe di corrente – e nel Pd, come tutti sanno, ammontano a quasi una ventina –, dibattito prevalentemente autoreferenziale, priorità agli organigrammi e anche potenziale rischio scissione di fronte ai programmi diversi, se non alternativi, che potrebbero essere messi in campo per la candidatura a segretario nazionale. E forse anche regionale, da verificare con il metodo delle primarie.
Insomma, si aprirebbe una fase, questa sì, tutta nuova che potrebbe però creare nuovi orizzonti proprio nel Pd e a partire dal dibattito nel Pd. So perfettamente che ad una domanda politica non si risponde solo con il regolamento o con il cronoprogramma. E cioè, la segreteria Bersani è stata eletta per la durata di tre anni e la scadenza è prevista per il prossimo anno a ridosso delle elezioni politiche. E, se questo è vero, è pur vero che anche una fase politica nuova e per certi aspetti inedita come questa si può affrontare e governare con l’attuale classe dirigente regolarmente eletta con il congresso e con il metodo delle primarie.
E questo anche perché l’obiettivo è abbastanza chiaro. Si tratta, cioè, di rafforzare e di irrobustire il profilo riformista e di governo del partito attraverso la costruzione di una coalizione che non sia la replica dell’Unione – cioè del periodo più buio e più nebuloso della storia del centrosinistra nel nostro paese – e che, al contempo, definisca un programma di legislatura per le prossime elezioni senza limitarsi a raggruppare gli oppositori del “nemico” irriducibile.
Forse è opportuno spendere questi mesi a qualificare meglio il progetto riformista e di governo del Pd senza dedicare tutto il tempo ad una estenuante, lunga e complicata fase congressuale che rallenterebbe inesorabilmente la spinta all’unità del partito e a indebolire, forse, anche la futura leadership alla guida del governo che verrà. La nuova fase politica può essere tranquillamente gestita da questa classe dirigente.
Del resto, l’alternativa di sinistra o un rinnovato “Cln” non sono più proponibili o immaginabili. Chi vive di ricordi del passato non ha le ricette per gestire e governare il futuro. E non è solo un congresso che può sciogliere questi nodi. È sufficiente la responsabilità e il buon senso dell’attuale gruppo dirigente che sa benissimo che un partito articolato e “plurale” come il Pd regge solo se le scelte sono condivise e non appannaggio di un gruppetto di solitari.