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Ceccanti: “Si può dare più peso ai grandi partiti anche col proporzionale”

Intervista a Stefano Ceccanti su La Stampa del 8/2/2012 – di Carlo Bertini


Senatore Ceccanti, i partiti hanno cominciato ad annusarsi e il minimo comun denominatore è impedire un altro parlamento di nominati. Rischiano di tornare le preferenze?

«No, nelle grandi democrazie europee non si utilizzano le preferenze, si hanno collegi uninominali, liste bloccate molto corte o un mix di entrambi. In tutti i casi, trattandosi di pochi candidati, essi possono comparire tutti sulla scheda, mentre le enormi liste attuali lo rendono impossibile».

Pd e Pdl vogliono salvare il bipolarismo evitando la frammentazione dei piccoli partiti. E’ possibile farlo con un sistema proporzionale che piaccia anche a Casini?

«Tecnicamente è possibile. Provo a spiegarla così: i grandi partiti possono ottenere che ci sia per loro un minor costo in termini di seggi rispetto ai voti ottenuti, come in Spagna, premiando la tendenza ad aggregarsi. I partiti medi possono ottenere che solo oltre una certa soglia (poniamo il 10%) ci sia un maggior equilibrio di rapporto tra voti e seggi».

Andare incontro al Terzo Polo, dando però più forza ai partiti maggiori. Come si ottiene questa formula magica?

«Assegnando i seggi in circoscrizioni relativamente piccole che creano uno sbarramento naturale. Dobbiamo però tenere presente che i ruoli non sono fissi ed eterni. Uno schieramento che oggi è terzo, magari domani può soppiantare uno dei partiti maggiori. Il punto è creare un sistema in cui tutti rischiano, senza certezze a priori per nessuno. Il sistema attuale garantisce solo la coalizione che arriva prima; il tedesco garantirebbe i partiti di centro, dandogli un potere sproporzionato per formare il Governo. Un sistema di ispirazione spagnola, che si può correggere un po’ “alla tedesca” non garantisce nessuno e fa sentire tutti a rischio».

Anche i fautori del maggioritario come lo sono i “veltroniani” del Pd sono disposti a cedere al proporzionale pur di evitare alleanze forzate con Vendola e Di Pietro?

«Tra un anno il quadro politico potrebbe essere anche completamente mutato. Per quelli che sostengono con convinzione questo governo, è un problema di sistema: non avere un’altra legge che obblighi a coalizioni rigide, in cui poi le forze minoritarie abbiano la golden share».

Ma la formula di un «ispano-tedesco» non è una sorta di «doppio forno» concesso a Pd e Pdl? Prima del voto così ognuno potrebbe scegliere se allearsi col Terzo Polo o con la Lega.

«Se ci sarà una forte omogeneità politica a priori, ciascuno spiegherà da subito con chi si alleerà. Viceversa, si misureranno prima i rapporti di forza e poi dopo il voto le alleanze tenderanno a strutturarsi intorno al primo partito».

La provocazione del Carroccio secondo cui prima di ogni altra cosa bisogna ridurre il numero dei parlamentari, rischia di bloccare tutto o no? Non è un mistero che in Senato ci siano forti resistenze finora nascoste ad eliminare il «bicameralismo perfetto»…

«Penso che non prima, ma insieme a questa operazione, si possa varare una significativa riduzione del numero dei parlamentari e marcare una reale differenza di compiti tra Camera e Senato».

Lei ritiene che dopo tante chiacchiere stavolta si potrà arrivare ad un sistema di voto che dia ai cittadini la possibilità di scegliere gli eletti, sapendo prima quale coalizione potrà governare? Lei era uno di quelli che paventava il rischio di tenerci il porcellum se il referendum fosse stato bocciato…

«Se il referendum fosse stato ammesso avremmo lavorato meglio, con un forte vincolo esterno. Ma abbiamo il dovere di superare il porcellum, con la scelta dei rappresentanti e confermando la legittimazione diretta dei governi che sarebbe impedita dal sistema tedesco».