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Come si pratica la democrazia nei partiti

Giorgio Merlo su Il Riformista del 7/2/2012

La vicenda, squallida e imbarazzante, legata al tesoriere della Margherita Lusi ci obbliga, adesso, a dar corso definitivamente alle disposizioni previste dall’art.49 della Costituzione. Certo, resta aperto il tema legato alla irrisolta e perdurante questione morale ma su questo versante, al di là dei controlli necessari e rigorosi, entra in campo anche e soprattutto la trasparenza e la correttezza dei comportamenti dei singoli.

Cioè, la dimensione etica delle persone che non è solo la conseguenza delle regole e dei codici ma risponde soprattutto se non esclusivamente alla coscienza dei singoli. Ma su un punto adesso ci vuole chiarezza e la vicenda Lusi ci obbliga a dar seguito ad un aspetto che in questi ultimi 20 anni è stato clamorosamente accantonato. E cioè, come si pratica e si salvaguarda la democrazia interna ai partiti. Ovvero, come si batte definitivamente la degenerazione dei cosiddetti “partiti padronali”. Una degenerazione che ha contagiato profondamente la politica italiana e che, purtroppo, è trasversale e riguarda tutti gli schieramenti politici. Tanto a destra quanto a sinistra. E i partiti padronali sono all’origine della crisi dello strumento partito e del loro radicamento sociale e popolare. Se quello che conta è solo e  soltanto il leader incontrastato e inattaccabile, se dalla sua parola e dalle sue decisioni dipendono le scelte politiche, la strategia delle alleanze e la selezione delle candidature, è persin ovvio che l’ideologia democratica si indebolisce progressivamente a vantaggio di una concezione proprietaria e autoritaria della politica. A cominciare, appunto dal profilo e dalla natura dei partiti. E’ persin inutile dire, al riguardo, che un sistema elettorale come il cosiddetto “porcellum” è perfettamente congeniale ai partiti padronali dove la democrazia è un optional da recitare nelle pubbliche assemblee e da sospendere rigorosamente nella dinamica quotidiana. E questo al di là della ridicola ipocrisia che ascoltiamo a giorni alterni proprio da quei capi partito che si scagliano violentemente contro l’attuale sistema elettorale salvo richiedere di andare al più presto alle elezioni anticipate. Guarda caso proprio con l’attuale sistema elettorale…

Ma, al di là di questa comprensibile e scontata considerazione, quello che adesso conta è come rendere percorribile e praticabile nella concreta dialettica politica italiana la democrazia interna ai partiti. Perché l’unico antidoto alla degenerazione e al decadimento etico e politico dei partiti resta quello di declinare sino in fondo la democrazia interna senza scivolare nel populismo dei leader o nella demagogia delle parole d’ordine. Oggi, purtroppo, registriamo la pesante caduta di credibilità dei partiti e la scarsa volontà dei cittadini di riconoscere in questi strumenti il volano essenziale della partecipazione popolare e democratica. E la reazione concreta a questa situazione è solo quella di obbligare e pretendere, per legge, il metodo democratico interno ai partiti. Certo, non sono solo le primarie a garantire questo postulato. Soprattutto quando queste primarie sono e restano artigianali, come quelle che pratica il Pd. Unico partito italiano che si è incamminato lungo quella strada. Un percorso che, come tutti sappiamo, non è esente da contraddizioni e da concreti rischi di inquinamento, come le enormi spese per sostenerle da parte dei singoli candidati e le infiltrazioni di ambienti equivoci se non legati a poteri oscuri interessati al risultato finale. No, la democrazia interna ai partiti e la lotta contro i “partiti padronali” non passa solo attraverso l’uso e il ricorso alle primarie anche se sono uno strumento importante, anche se non l’unico o il migliore, per selezionare la classe dirigente a tutti i livelli.

Ed è proprio, quindi, dalla vicenda Lusi e dalla crisi strutturale dei partiti italiani che può partire la guerra definitiva contro i “partiti padronali” e tutto ciò che rappresentano nel panorama della politica italiana. Basta con il nome del leader nel simbolo del partito, basta con organi di partito che vengono consultati per ratificare scelte già assunte, basta con la “democrazia dell’applauso” per eleggere il “capo”, basta con il cesarismo dei partiti. Se questa battaglia sarà condotta sino in fondo senza ipocrisie e infingimenti ci potrà essere un rilancio della democrazia e un recupero di credibilità dei partiti. Se questo non capiterà, dovremo prendere amaramente atto che tutto il dibattito sulla riforma della legge elettorale e sulla democrazia interna ai partiti risponde solo e soltanto alla legge dell’ipocrisia. Saranno, adesso, solo i fatti a smentire queste preoccupazioni.